02/02/2004
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Conflitti e disastri ecologici legati allo sfruttamento delle risorse naturali
scritto per noi da
Valeria Pecorelli
Secondo il rapporto del World Watch Institute del 2002, almeno un
quarto dei conflitti armati del 2000 è stato connesso a conflitti
su risorse naturali, nel senso che lo sfruttamento illegale o legale
delle stesse ha contribuito o peggiorato conflitti violenti o
finanziato la loro continuazione. Sono individuabili varie tipologie di
guerra. La prima è quella dei conflitti su risorse limitate, dalla
natura o dal sistema economico. Rientrano in questa categoria ad
esempio i conflitti per la terra in Brasile. Altri riguardano la
correlazione tra attività predatorie e guerre locali: ad esempio il
caso dei diamanti in Angola e Sierra Leone; del legname estratto ed
esportato illegalmente dalla Liberia per finanziare l’acquisto di armi
per la guerra civile o lo sfruttamento del coltan in Congo. Una terza
tipologia di conflitti sulle risorse è rappresentata dall’intreccio tra
spinte autonomiste, guerre interne e attività indiscriminate e
criminali delle imprese multinazionali nel settore dell’estrazione di
risorse naturali.
Un caso emblematico è quello di Bougainville nella Papua Nuova Guinea,
una grande isola situata a est della Nuova Guinea. La sua popolazione è
di circa 200mila persone e si considera distinta da quella della Nuova
Guinea. Con la colonizzazione tedesca, precedente alla prima guerra
mondiale, l’isola è stata unita alla colonia della Nuova Guinea. Nel
dopoguerra la Società delle Nazioni ha restituito l’autonomia a
Bougainville sotto la tutela del protettorato australiano. Tuttavia
l’Australia ha annesso di nuovo Bougainville al protettorato della
Nuova Guinea.
Da sempre la vita degli abitanti è basata sull'agricoltura, sulla pesca
e sulla coltivazione del cacao. Il concetto di proprietà individuale è
estraneo a questa popolazione: foreste e fiumi appartengono a diversi
clan che hanno diritti di sfruttamento comuni. Quest’isola, un tempo
paradiso tropicale, è anche estremamente ricca di depositi di rame. Nel
1963, alla compagnia australiana Rio Tinto Zinc fu concessa una licenza
dal governo coloniale australiano per sviluppare ciò che il presidente
della Rio Tinto Zinc ha definito: “Il gioiello della nostra corona” .
Alcuni geologi incominciarono allora l'attività di esplorazione, senza
consultare la popolazione indigena, dell’area interessata. Su parere
dell’antropologo D.Oliver, professore all’università di Harvard, alla
compagnia australiana venne indicato che avrebbe avuto a che fare con
un popolo primitivo e superstizioso, che si sarebbe presto abituato
alla presenza della compagnia. La popolazione locale iniziò invece a
esprimere la propria opposizione, fronteggiando fisicamente le attività
dei tecnici. Alle incessanti pressioni dell’amministrazione coloniale
che sottolineava l’importanza dello sfruttamento dei giacimenti di rame
per la costruzione di una base di risorse per lo sviluppo nazionale, i
clan locali rispondevano che il rame sarebbe rimasto inutilizzato per
altri venti anni fino a quando i loro figli fossero stati in grado di
decidere per gli interessi del proprio popolo. Dopo i primi scontri con
gli abitanti locali, la compagnia australiana ottenne la protezione
dell’amministrazione coloniale.
Nel 1972 la produzione commerciale ebbe inizio. Scorie nocive, incluso
cianuro e metalli pesanti derivanti dal processo di estrazione del rame
e dell’oro, furono scaricate nelle acque del fiume Jaba. Ai Nasioi,
tribù che abita nell’area percorsa dal fiume inquinato, fu dato un
indennizzo pari a 7 dollari per ettaro espropriato. Lo smaltimento
indiscriminato causò la distruzione della vita marina nell’estuario
dove avviene la riproduzione dei pesci e provocò l’acidificazione del
suolo, rendendo irrealizzabile la coltivazione e quindi
la sussistenza di questo popolo.
B.Peutalo afferma: “Questo ecocidio è stato attuato senza attenzione,
senza avere chiesto o accordato alcuna autorizzazione, in aree in cui
gli abitanti avevano pensato di non venire toccati dalle attività di
estrazione. Qui la gente teme di non poter più controllare il proprio
destino e la propria terra. Stanno perdendo il controllo sul patrimonio
dei loro figli. Per migliaia di anni i nostri antenati hanno vissuto in
armonia con la natura. Questa è stata danneggiata dallo spirito di
utilità che vede la terra come proprietà da sfruttare. L’immensa somma
di denaro che accompagna queste attività distruttive è diventata il
richiamo attorno al quale si sviluppano i negoziati con la popolazione
locale.” L’impatto devastante delle attività della multinazionale Rio
Tinto Zinc (RTZ) nello sfruttamento della grande miniera di rame
sull’isola e l’esclusione pressoché totale delle popolazioni locali dai
benefici economici di tali attività hanno causato l’insorgere di un
duro conflitto. Questo è sfociato in una rivolta armata e nella
creazione del BRA (Bougainville Revolutionary Army), che nel 1990 ha
istituito il governo provvisorio di Bougainville dichiarando
l’indipendenza da Papua Nuova Guinea.
Nel 1996 il governo di PNG di J.Chan ha assoldato mercenari stranieri,
utilizzando i fondi concessi dalla Banca Mondiale per lo sviluppo del
paese, al fine di stroncare la rivolta. Nel 1997 però lo
sdegno popolare in Papua, in seguito alla diffusione delle
informazioni relative all’impiego di mercenari, provocò una crisi di
governo, le dimissioni di Chan e l’istituzione di un cessate il fuoco.
Nel 1998, Amnesty International ha pubblicato un importante documento,
Papua Nuova Guinea: Bougainville, la tragedia dimenticata dei diritti
umani , che documenta le violazioni dei diritti umani da parte delle
forze di sicurezza governative, delle forze dell’ordine e di abusi
compiuti da parte del BRA. Nel dicembre dello stesso
anno, personale militare e civile di paesi vicini è giunto
sull’isola per controllare la tregua che ha tenuto sino alla fine
dell’anno. Anche Bougainville rimane una zona di disinteresse
internazionale in cui la crisi continua a svolgersi nella
totale indifferenza dei media. Tuttavia, la diffusione della
notizia dell’impiego di mercenari per soffocare la rivolta
armata indigena non ha solo causato le dimissioni del capo del governo
Chan, ma ha richiamato la presenza di osservatori internazionali
sull’isola per il monitoraggio delle condizioni di vita della
popolazione locale. Anche alcune organizzazioni non governative e
associazioni religiose hanno fatto pressione affinché si raggiungesse
una tregua.
Se l’interesse dei media tradizionali per la crisi di Bougainville è
pressoché inesistente, anche via web è possibile ricavare limitate
informazioni. Amnesty International ha creato un sito che raccoglie i
rapporti annuali di denuncia di abusi in seguito all’utilizzo di gruppi
mercenari nella risoluzione del conflitto. Alcuni osservatori e
studiosi accademici australiani hanno reso disponibili on-line articoli
e testimonianze dopo aver trascorso un periodo sull’isola durante lo
svolgimento della crisi. Gli archivi di storia del mondo (World History
Archives) hanno abilitato un sito web in cui sono catalogati libri,
manuali, pubblicazioni che ripercorrono le tappe della lotta per la
libertà del popolo indigeno dell’isola. Il sito Bougainville Update si
occupa di aggiornamenti sulle notizie correnti dell’isola, mentre il
movimento di liberazione per Bougainville , coordinato dall’Australia,
fornisce documentazioni ed articoli che evidenziano le conseguenze
dell’ecocidio dovute all’estrazione del rame.