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Dopo quasi due anni di assenza dalle scene, Moqtada al Sadr, è ricomparso, settimana scorsa, in Turchia. L'influente religioso di Najaf, che negli ultimi due anni sembra abbia vissuto a Qom, in Iran, dove si sarebbe dedicato agli studi religiosi per diventare Ayatollah, ha incontrato il presidente turco Gul e il premier Erdogan. Al termine degli incontri non ci sono stati comunicati ufficiali, ma le ragioni che hanno spinto Sadr in Turchia sono tante, e significative potrebbero essere anche le conseguenze, politiche e non solo.
"Penso che Sadr abbia scelto la Turchia (un paese a maggioranza sunnita) per dimostrare che è contrario alle divisioni settarie e per tacitare le voci che lo descrivono come un fantoccio dell'Iran" ha commentato Tahseen al Shakhli, un portavoce del governo di Baghdad. Secondo il quotidiano iracheno Azzaman, si sarebbe discusso sia della situazione politica e della sicurezza in Iraq, che dei rapporti tra i due paesi. Così fosse, si potrebbe pensare che Sadr stia cercando di ampliare la propria base di consenso politico in vista delle prossime elezioni, che potrebbero tenersi tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010. A conferma di ciò il fatto che in Turchia Sadr ha incontrato anche una delegazione del suo movimento, circa 60 persone giunte da Najaf, con cui avrebbe discusso delle strategie politiche future. Il movimento sadrista in passato era legato alla United Iraqi Alliance (guidata dal premier al Maliki) e ora starebbe cercando nuove alleanze, ma non punterebbe a strutturarsi come partito per non alienarsi il sostegno popolare. È quanto sostengono alcuni stretti collaboratori del religioso, secondo cui il movimento punterà a continuare la resistenza contro gli occupanti, una resistenza "economica, politica, culturale". Dopo gli scontri dello scorso anno con le forze irachene Sadr ordinò alla sua milizia, l'esercito del Mahdi, di cessare le attività sul territorio. E oggi, il portavoce del religioso, Salah al Obeidi, ha rassicurato esplicitamente che il ritorno di Sadr sarà pacifico: "non useremo le armi - ha dichiarato - in particolare contro i soldati iracheni".
La visita di Sadr in Turchia, però, ha avuto anche un altro risvolto, legato alla sicurezza e all'economia della regione del Kurdistan iracheno. Ankara è un attore chiave per la stabilità della regione curda e soprattutto per la provincia di Ninive, dove si trova la città petrolifera di Kirkuk, contesa tra curdi, arabi e turcomanni. Sadr si sarebbe offerto di mediare per risolvere la spinosa questione di Kirkuk che, dopo mesi di quiete, negli ultimi mesi è tornata ad essere turbolenta. Negli ultimi tre giorni tre autobombe sono esplose nella città, causando la morte di almeno 10 persone. Pochi giorni dopo, lunedì 11 maggio, una delegazione di alto livello del movimento sadrista si è recata a Mosul (seconda città della provincia di Ninive dopo Kirkuk) per incontrare le parti in conflitto e proporre un piano di conciliazione. "La stabilità della provincia di Ninive è essenziale per la stabilità dell'intero Iraq" ha dichiarato nell'occasione il deputato sadrista Fawzi Akram. La questione di Kirkuk è di importanza capitale per il futuro dell'Iraq, soprattutto per via degli sterminati pozzi di petrolio su cui sorge, che per la quasi totalità non sono sfruttati. Non può essere casuale il fatto che, giusto due giorni prima, il governo iracheno avesse autorizzato per la prima volta le esportazioni di petrolio estratto nella regione curda. Baghdad si era sempre rifiutata di riconoscere i contratti firmati dal governo curdo con società straniere, tuttavia, il governo ha autorizzato l'esportazione del greggio curdo, che dal 1 giugno potrà transitare per l'oleodotto di Ceyhan, diretto verso la Turchia. I pozzi in questione sono quelli di Tawke e Taq Taq, che si trovano attorno a Kirkuk, ma si tratta solo di una minima parte delle risorse potenziali della zona.
Il governo di Baghdad ancora non vede di buon occhio i contratti che il governo di Erbil ha sottoscritto con compagnie diverse da quelle che hanno ottenuto concessioni sugli altri pozzi del paese. Si tratta della coreana Knoc, dell'Asa di Taiwan, della nigeriana Addax Petroleum e della norvegese Dno. "Consentire l'esportazione non significa approvare i contratti che hanno firmato" ha dichiarato un portavoce del ministero del Petrolio di Baghdad. Il ministro delle Risorse Naturali del Kurdistan, Ashti Hawrami, ha però assicurato che "i proventi dell'esportazione saranno depositati sul conto federale iracheno, a beneficio di tutti gli iracheni".
Naoki Tomasini