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Mohammed è affidato alle cure del dottor Faris, il medico che gestisce il centro
di riabilitazione di Emergency a Suleimanya. Dopo un lungo viaggio il ragazzo
iracheno che con la sua storia aveva commosso Enzo Baldoni è finalmente al sicuro
e sta lavorando per migliorare la sua condizione fisica. Tra poco potrà cominciare
a lavorare con le protesi e iniziare una nuova vita. Abbiamo avuto modo di porre
delle domande a Mohammed, per ascoltare il suo racconto della vicenda che ha appassionato
molti italiani e che finalmente ha avuto un lieto fine, almeno per il ragazzo
iracheno.
“ Mi chiamo Mohammad Ali Sarhan, ho 28 anni, vivo a Razwania (a metà strada tra
Baghdad e Abu Ghraib ndr). Il 7 aprile 2003 mia moglie stava per partorire. Non
c’erano ospedali nella zona dove vivevamo e le strade erano tutte bloccate dall’esercito
americano”, racconta Mohammed, “ sono andato all’ospedale di Abu Ghraib, ma ho
trovato solo un’infermiera, che mi ha detto di andare all’ospedale di Yarmook,
a Baghdad, in ambulanza, con un medico e un autista che sono venuti a prenderci.
Quando siamo arrivati all’ospedale di Baghdad era in corso una battaglia”.
“La salvezza sembrava vicina, ma a 20 metri dall’ingresso dell’ospedale, siamo
stati centrati dal proiettile sparato da un carro armato statunitense. L’ambulanza
si è aperta in due”. A quel punto la vita di Mohammed viene sconvolta dalla violenza
della guerra. “ Nella parte anteriore c’erano il dottore e l’autista. Mia moglie
e io invece stavamo nel retro. Medico e guidatore si sono salvati, mentre io sono
stato sbalzato fuori dal veicolo. Mia moglie è rimasta intrappolata nella carcassa
dell’ambulanza”, spiega il giovane iracheno, “dopo circa cinque minuti hanno ricominciato
a sparare all’ambulanza. Io cercavo di raggiungerla, ma il veicolo si è incendiato.
Ho visto che mia moglie era ancora viva, ma i militari Usa hanno aperto di nuovo
il fuoco e non potevo fare niente. Ho visto il lettino dove mia moglie giaceva
sdraia ta ribaltato, le fiamme sempre più alte. Altre persone sono accorse per aiutarmi,
ma arrivavano pallottole da tutte le parti. Alla fine ci hanno portato all’interno
dell’ospedale. Hanno portato immediatamente mia moglie in sala operatoria, ma
per lei e per il nostro bambino non c’era più nulla da fare. Anch’io sono stato
portato in sala operatoria e, quando mi sono risvegliato, ero al Karkh Hospital”.
Passano i mesi e la vita di Mohammed è sconvolta da quello che è successo alla
sua famiglia. Il suo caso viene preso a cuore da uno straniero. “Geert Van Moorter,
dell’associazione belga Medical Aid for the Third World, veniva a trovarmi a casa
qualche volta”, racconta Mohammed, “aveva promesso che mi avrebbe aiutato con
le protesi, ma non c’era riuscito. Dopo tre mesi si è presentato con Enzo. Tramite
un interprete palestinese (un giordano di origine palestinese di nome Ghareeb
ndr), Geert mi ha fatto sapere che stava per partire e che da quel momento in
poi Enzo Baldoni avrebbe provato ad aiutarmi. Enzo mi ha subito fatto domande
su di me e sulla mia storia, mi ha trattato come un fratello e mi ha detto che
mi avrebbe mandato all’ospedale di Emergency a Suleimanya, dove avrei avuto protesi
di ottima fattura”.
Enzo scrive a Teresa Sarti, presidente di Emergency, chiedendo di fare qualcosa
per Mohammed. Emergency accetta di mettersi a disposizione e si attiva per il
ragazzo iracheno. Purtroppo il trasferimento è ritardato dalla tragedia di Enzo.
Prima il rapimento e dopo l’esecuzione. Di Mohammed si perde ogni traccia. “Dall’ultima
volta che ho visto Enzo sono stato a Rizwania, prima che mi trovasse Emergency.
Non potevo andare da nessuna parte, date le pessime condizioni della mia sedia
a rotelle”, racconta il giovane, “un giorno mio fratello Hussain mi ha detto che
in televisione dicevano che avevano rapito l’italiano che si era offerto di aiutarmi.
Non potevo crederci, consideravo Enzo un fratello, mi voleva aiutare, perché l’avevano
rapito? Dopo una settimana mio fratello è venuto a dirmi che alla Tv dicevano
che l’avevano ucciso. Ho pianto per diverse ore”.
Emergency non smette di cercarlo e attraverso Hawar, il responsabile di Emergency
in Iraq, fa stampare la foto di Mohammed chiedendo informazioni a chiunque lo
avesse incontrato. Viene stampato anche un numero di telefono dove contattare
Hawar in caso di novità. Arrivano migliaia di telefonate, non poteva essere diversamente
in un Paese che ha un esercito di mutilati e amputati a causa della guerra. Tutti
sostengono di essere Mohammed, ma anche se non è così Emergency dà una mano a
tutti. Hawar non si arrende e continua a cercare Mohammed. Utilizzando anche degli
spot sulle molte piccole televisioni che trasmettono in Iraq.
Proprio questa, dopo un mese e mezzo, si rivela la mossa vincente. “Non sapevo
affatto che Emergency mi stesse cercando”, spiega Mohammed, “L’ho saputo in seguito,
guardando la Tv, quando ho visto una mia foto sullo schermo con un numero di telefono in sovrimpressione. E’
apparso così in fretta, che non ho avuto il tempo di annotarlo e non sapevo come
fare. Poi me ne sono dimenticato”.
Hawar contatta anche tutti i mukhtar della zona (una specie di capo-rione locale)
e, proprio quello della zona dove vive Mohammed, riconosce il ragazzo e lo segnala
all'associazione. Emergency lo va a trovare e organizza il suo trasferimento a
Suleimanya, dove potrà essere curato e dove si potrà fornirli le protesi di cui
necessita.
“Sto bene, grazie ad Allah. A Suleimanya hanno portato anche la mia famiglia”,
perché come spiega Mohammed, “ho sposato una vedova con due piccole bambine, una
di 6 e l’altra di 2 anni. Sto aspettando di ricevere una pensione di invalidità,
il governo l’ha promessa, ma non ho ancora visto nulla. Sono stanco e mi trovo
in gravi condizioni economiche, parenti e amici non possono aiutarmi perché sono
nella mia stessa situazione”.
Nonostante la sua gioia, Mohammed non dimentica la situazione del suo Paese.
“Io ho
trovato questi medici umani e generosi che mi daranno la possibilità di ricominciare
una vita normale”, dice il ragazzo, “ma in tutto l’Iraq ci dovrebbero essere strutture
come questa di Suleimanya, perché la gente ne ha bisogno”.
“Sotto Saddam non c’è mai stato nessun beneficio, solo guerra e ancora guerra.
In questa guerra ci sono invece aspetti diversi. Ci siamo liberati di Saddam,
che è una cosa buona”, spiega Mohammed, “ma uccidere donne e bambini è terribile.
Sono contro il terrorismo prodotto da questa guerra, che proviene da fuori dell’Iraq”.
Il tema del rapporto con gli stranieri è molto sentito da Mohammed, e non potrebbe
essere altrimenti. Degli stranieri hanno distrutto la sua vita portando la guerra
a casa sua, altri stranieri si danno da fare per aiutarlo e per restituire un
senso alla sua vita.
“Gli stranieri che mi hanno aiutato li considero miei fratelli. Quelli che mi
hanno portato via mia moglie e mio figlio sono miei nemici”, dice Mohammed, “tutti
coloro che vengono ad aiutarci sono fratelli. Ma non vogliamo che nessun militare
– italiano o di qualsiasi altro paese – spari alle donne e ai bambini innocenti”.
Mohammed spera in un futuro migliore. “All’inizio temevo che non sarebbe mai arrivata
la pace in Iraq, ma ora mi sento ottimista. Sento che la pace nel mio paese arriverà.
Insh’Allah, prima o poi”, conclude Mohammed, “ma mi addolora che Enzo non sia
qui. Vorrei dirgli che è stata una persona molto gentile, vorrei dirgli Salaam
(pace) e che spero di rivederlo, perchè mi manca molto. Sono riuscito ad andare
a Suleimanya, come aveva programmato per me, avrò nuove protesi, è bellissimo.
Vorrei insomma solo ringraziarlo”.
Christian Elia