02/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dovevano essere rilasciati, ma si teme che tornino a combattere
scritto per noi da
Marco Rivolta
 
Prigionieri SheberganUn aquilone. Solo un aquilone nel cielo di Shebergan. Qui non è come a Kabul. Non ci sono bimbi sui tetti perché qui le case hanno il tetto a cupola. Di fango, ma a cupola. Quindi non ci sono posti da cui far volare gli aquiloni. E poi c’e’ altro da fare. Nelle officine del bazar le piccole mani dei bimbi sono le più veloci, le più economiche, le più sfruttate. I bambini di Shebergan riparano carburatori, martellano, puliscono, lucidano scarpe, vendono sementi e granaglie, ma non solo. Raccolgono la legna e accompagnano le greggi al pascolo. Solo uno oggi ha trovato il tempo per far volare alto il suo aquilone. Infanzia violata, occhi tristi e severi.

Rashid Dostum Shebergan, Afganistan, profondo nord. Dietro l’angolo, il Turkmenistan. Non ci sono più barbe lunghe, ma baffi ben curati. In ogni villaggio, sull’arco ex-sovietico che ne rappresenta l’immancabile ingresso, spicca la foto del presidente Karzai a fianco di quella dell’indiscusso signore di queste terre lontane, il leader politico-militare di queste remote province turcomanne, il generale di origine uzbeka Rashid Dostum. Shebergan , divenuta tristemente famosa nel 2001 per i suoi massacri, le fosse comuni con migliaia di corpi accatastati e per il carcere che ospita gli ultimi prigionieri di guerra talebani, quelli catturati durante l’invasione statunitense, i cosiddetti ‘sopravvissuti di Kalai Janghi’.

Prigionieri SheberganAll’esterno della prigione bivaccano da alcune settimane i parenti dei reclusi. Hanno sentito il presidente Hamid Karzai in televisione preannunciare la liberazione dei loro figli, fratelli, mariti, e sono partiti, dalle province sud-orientali del paese, al confine col Pakistan – due, tre giorni di viaggio - pieni di speranza. Hanno attraversato l’Hindukush e il deserto, le piantagioni di cotone e i campi di carote, e quando hanno scorto in lontananza, nella steppa immensa e infinita, le prime carovane di cammelli, hanno capito di essere giunti a Shebergan.

Sbarre Shebergan Poche decine di metri, un muro alto e un inquietante, enorme portone li separano dai loro cari. Ci facciamo largo fra i loro mantelli, i patù e i turbanti. Entriamo dentro il carcere. Il portone si richiude alle nostre spalle. Non fosse per le alte inferriate e qualche, rara, guardia armata di kalashnikov, non sembrerebbe nemmeno un luogo tanto maledetto. Dalle cucine sale un invitante odore di pane appena sfornato. Ci si fa incontro il direttore che ci invita nel suo ufficio per la tradizionale tazza di the di benvenuto. Siede dietro una scrivania su cui trovano posto un telefono, fuori uso, le immancabili foto di Karzai e Dostum, e un pulsante che comanda un curioso cicalino, al cui trillo si presenta al suo cospetto un inserviente timido e impicciato, pronto ad eseguire ogni suo ordine. Alle spalle del direttore, un’ampia finestra, che per effetto del controluce fa sì che chiunque si trovi a colloquio con lui non riesca a vederlo in faccia, non riesca a leggerne lo sguardo.

Emergency “La liberazione è imminente – ci conferma – ma ci sono problemi”. Non è dato sapere di quali problemi si tratti, ma intuiamo che qualcosa si è inceppato. Ci congediamo e facciamo visita alla clinica della prigione, dove i medici di Emergency si prendono cura della salute dei reclusi, cercando di contenere e prevenire le epidemie di tubercolosi, scabbia e altre malattie dimenticate. Attraversiamo una grande area di terreno incolto, sempre all’interno delle mura del carcere, nella quale greggi al pascolo si muovono senza pastore fra distese di fango e canali di acqua putrida. Un lungo viottolo ci conduce ai blocchi dei prigionieri politici, cioè la stragrande maggioranza dei reclusi di Shebergan. Splende il sole e il volo di alcuni colombi ci fa per un attimo dimenticare i drammi che si consumano dentro queste mura. I blocchi dei ‘politici’ sono tre: uno per i pachistani e due per gli afgani, suddivisi fra commanders e detenuti comuni. Entriamo prima nel blocco afgani.

Prigionieri Shebergan Centinaia di facce escono dal buio delle celle e ci vengono incontro, in silenzio, insieme a un odore acre e malsano. Sono stipati all’interno di spazi insufficienti a contenerli tutti. Sui loro volti la rassegnazione e la rabbia. Non riescono ad accettare la prigionia. Sono stati reclutati spesso controvoglia – dicono – perché così è stato loro ordinato dal mullah o dal capovillaggio. Vogliono fare ritorno alle proprie case, nelle province sud-orientali abitate dai pashtun: Helmand, Kandahar, Uruzgan, Zabul. Hanno ancora negli occhi, vivide, le immagini dei loro compagni prelevati un anno fa in queste celle da agenti americani e trasferiti a Guantanamo  solo perché erano gli unici in grado di parlare un po’ di inglese. Hanno sentito dire che la loro liberazione è imminente. Lo hanno sentito già troppe volte, ma le porte del carcere di Shebergan non si sono mai aperte. Hanno visto alcuni dei loro compagni liberati perché seriamente ammalati, soprattutto di tubercolosi. Per questo alcuni fanno di tutto per ammalarsi, talvolta rifiutano i medicinali, o li rivendono sottobanco ai compagni di sventura. La malattia è l’ultima speranza, l’ultimo lasciapassare per la libertà. Verrete liberati presto, così ha detto Karzai, insistiamo. “Inshallah” è la loro ultima risposta. Se Dio lo vorrà. Poi mestamente fanno ritorno alle loro celle.

Prigioniero Shebergan Ci spostiamo nel blocco dei pachistani. L’atmosfera è diversa. Non troviamo rabbia né livore sui loro visi, ma – inaspettatamente - sorrisi. Ci si fanno incontro, festeggiano la nostra presenza, ci ringraziano e ci accompagnano a visitare il blocco. C’è un piccolo bazar al suo interno, tre o quattro bancarelle dove si vende un po’ di tutto, dagli spaghetti alle caramelle, dalle sigarette all’henna per colorarsi unghie e barba. Incredibile come dopo due anni di prigionia trovino ancora la voglia e il tempo per curare il proprio aspetto come vuole la tradizione. Incredibile, ma forse nemmeno troppo. E cominciamo a capire i loro sorrisi. Stanno vivendo una fase – ci spiegano – ma solo una fase della loro guerra santa. Sono venuti dal Pakistan per combattere la loro jihad. Sono tutti volontari, hanno creduto e continuano a credere nella giustezza della loro battaglia, e buona parte di loro intende tornare presto a combattere contro le forze straniere che occupano il “Pashtunistan” , ovvero quell’area tribale al confine tra Afghanista e Pakistan dove negli ultimi mesi si sono intensificate le operazioni ‘antiterrorismo’ della coalizione a guida statunitense.

Prigionieri Shebergan Ecco il punto, ci confermano le autorità locali quando ci lasciamo alle spalle il portone del carcere. Sembra che oltreoceano qualcuno abbia suggerito di rallentare la procedura di rilascio. Temono che la resistenza antigovernativa possa rinforzarsi, attingendo forze fresche armate di rabbia e di desiderio di vendetta. Chissà, forse se guardassero in faccia questi ragazzi, giovani e giovanissimi, capirebbero che dietro le loro parole spavalde e il loro atteggiamento indomito si nasconde soltanto una grande voglia di casa e di affetti, di pace e di tranquillità. “Nulla – assicura Kalandari, uno dei prigionieri del blocco pachistano – vale un nuovo viaggio dentro questo inferno!”.
 
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Afghanistan