12/05/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



I primi tre mesi del governo di unità nazionale tra luci e ombre

Sono passati quasi 100 giorni dallo scorso 11 febbraio, quando il premier Morgan Tsvangirai e il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, inaugurarono il governo di transizione dopo estenuanti trattative durate quasi un anno. Ora, a tre mesi da quella storica data, il Paese si interroga sul suo futuro: dopo un inizio incoraggiante, infatti, i progressi stentano a farsi vedere.

Robert MugabeFino a un mese e mezzo fa, lo Zimbabwe aveva sorpreso tutti per i piccoli ma decisi progressi fatti segnare nel corso della transizione: fine delle espropriazioni terriere, ritorno dei generi di prima necessità nei supermercati, stabilizzazione dell'inflazione grazie alla messa fuori corso del dollaro locale e attenuazione dell'epidemia di colera. Da allora, però, poco altro si è visto. Secondo le poche notizie che filtrano dal Paese, gli esponenti dello Zanu - Pf, il partito di Mugabe, e del Movement for Democratic Change (Mdc) di Tsvangirai avrebbero ingaggiato una lotta sotterranea per il controllo delle istituzioni, favorita dal dualismo instauratosi in ministeri e dipartimenti a séguito degli accordi. Oltre a ciò, le notizie di arresti di giornalisti e attivisti dell'opposizione e dell'esproprio delle fattorie sono tornate all'ordine del giorno, facendo temere per il futuro.

Proprio il prosieguo delle relazioni tra i due partiti sembra essere la chiave di volta per le speranze di pace del Paese. Dopo un inizio promettente, favorito anche da un atteggiamento più conciliante da parte dello Zanu - Pf, il Mdc ha cominciato ad accusare qualche difficoltà: il controllo delle forze di sicurezza, ancora largamente in mano al presidente Mugabe, pesa molto nelle relazioni tra le due forze politiche, e il Mdc sa bene che, nonostante gli eccessi degli uomini vicini al presidente, l'eventuale minaccia di un'uscita dal governo è un'arma molto pericolosa da usare. Un po' perché sarebbe come tradire le aspettative della popolazione, che dal Mdc si attende molto in termini di miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma anche perché, una volta usciti dall'esecutivo, gli uomini di Tsvangirai perderebbero anche legalmente quel margine di potere e di manovra che si sono ritagliati in questi ultimi mesi.

Morgan TsvangiraiNon una situazione facile per il partito di Tsvangirai che, guadagnatosi la fiducia della comunità internazionale a séguito della vittoria alle elezioni dello scorso anno, rischia di perderla portando avanti quelle riforme politiche ed economiche che gli uomini dello Zanu - Pf sembrano estremamente riluttanti ad accettare. Dall'altra parte, c'è una crisi economica e sanitaria che non aspetta. Liberatosi dall'inflazione galoppante che aveva polverizzato stipendi e moneta, lo Zimbabwe resta in convalescenza: i fondi per il pagamento degli stipendi e delle attrezzature sanitarie scarseggiano, e negli ultimi mesi gli ospedali sono tornati a funzionare solo grazie agli aiuti di Ong e Paesi esteri, che hanno pagato gli stipendi di medici e infermiere permettendo il ritorno a una relativa normalità. Ma molto rimane ancora da fare, anche perché i soldi scarseggiano: la diffidente comunità internazionale vuole vedere risultati concreti prima di allentare i cordoni della borsa, e questo riduce ancora di più i margini di manovra di un governo in perenne carenza di fondi.

Matteo Fagotto

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