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La questione meridionale. Lo scontento della popolazione del sud dello Yemen è un sentimento covato da almeno tre anni, quando ci furono le prime proteste per le pensioni dei veterani che combatterono nella guerra civile del 1994. Le loro istanze sono rimaste inascoltate dal governo, e oggi, quelle stesse persone sostengono di non credere più nei mezzi pacifici. "La causa meridionale", sostengono, ora può essere risolta solo con la scissione del sud. "Il governo si dice preoccupato per la cultura dell'odio tra i giovani del sud - ha scritto il giornalista Mohammed Al Qadhi, in un editoriale su Yemen Times - ma questi giovani, essendo nati dopo il 1990, dovrebbero essere favorevoli all'unità. Purtroppo, invece, la frustrazione provocata della povertà e dalla corruzione li hanno spinti per le strade a urlare contro il governo". L'unità del paese, insomma, in questo periodo sembra essere seriamente a rischio, e il fatto che governo e opposizione abbiano concordato di rimandare le elezioni (che avrebbero dovuto tenersi lo scorso 27 aprile) è probabilmente un segnale di debolezza di fronte alle diverse spinte centrifughe. Stati Uniti e Unione Europea non hanno gradito, sospettando che il governo di Saleh punti a rimandare le elezioni per evitare le riforme a cui sono vincolati finanziamenti e aiuti milionari, i soli che potrebbero impedire il tracollo finanziario del paese. Dei cinque milioni di dollari promessi allo Yemen dalla conferenza dei donatori di Londra, nel 2006, finora ne è stato ricevuto solo il 5 percento. E per l'anno in corso, il governo ha deciso di tagliare le spese pubbliche del 50 percento.
Piani stranieri? Intorno alla metà di aprile, un ex alleato del presidente Saleh annunciava la sua adesione al cosiddetto Movimento Meridionale. Si tratta dello Sheikh Tariq al Fadhli, un capo tribale che nel '94 si schierò dalla parte del nord contro i socialisti del sud. Al Fadhli, ex combattente in Afghanistan contro i Russi e al fianco di Bin Laden, ha ammesso di aver sostenuto il nord nella guerra civile solo per interessi personali, e ha promesso di usare tutto il suo potere tribale ed economico per sostenere la "pacifica battaglia della popolazione del sud". "All'inizio chiedevano solo il riconoscimento dei loro diritti umani, ma ora la protesta è diventata politica" ha spiegato lo stesso Al Fadhli, che non fa mistero di essere molto vicino all'ex presidente dell'ex repubblica del sud Ali Salem al Baidh, oggi in esilio in Oman. "L'unità dello Yemen - ha sentenziato - è nata deforme, è cresciuta menomata e ora, è defunta senza rimpianti". Un'altro esiliato molto influente, l'ex primo ministro della repubblica del sud, Haider Abu Bakr al Attas, ad aprile aveva gettato benzina sul fuoco dichiarando che il dialogo era fallito e aveva avvertito: "la secessione è imminente sotto questo regime". La risposta di Sana'a è stata quella di chiedere ai governi di Arabia Saudita e Oman l'estradizione di Al Attas e di Al Baidh. Anche sul fronte interno, però, sembra che le forze leali al presidente si stiano muovendo: sabato 9 maggio, 500 tra religiosi e capi tribali si sono riuniti a Sana'a per discutere della crisi. Alla conferenza stampa conclusiva il capo tribale Abdul Majeed al Zendani (che risulta sulla lista nera degli Usa come sospetto finanziatore del terrorismo) ha invitato le parti al dialogo e ha accusato: "ci sono piani stranieri per dividere lo Yemen in quattro staterelli sfruttando il caos". Mentre un altro sheikh, Sadeq Abdullah al Ahmar, della importante tribù degli Hashid, ha ricordato che "l'unità del paese è una linea rossa che non appartiene ad alcun partito, ma a tutti gli yemeniti".
Naoki Tomasini