13/05/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo di Sana'a attraversa una grave crisi economica e politica, e spuntano i secessionisti

Non bastavano il conflitto con gli zaidi del nord, la minaccia di al Qaeda, i rapimenti e le intemperanze delle tribù che controllano diverse province. Da una decina di giorni lo Yemen, inteso come lo stato unitario guidato dal presidente Saleh, si trova ad affrontare un nuovo nemico: i secessionisti. Forse, però, la nuova minaccia non è altro che la somma delle precedenti, e la conseguenza dei mali cronici di un paese la cui unità è tornata a essere in bilico.

I secessionisti. Sono bastati dieci giorni per determinare lo stato di crisi, in particolare nelle province meridionali di Abyan, Lahji e al Dali. Lo scorso 27 aprile nella città di Mukalla, nella provincia centrale di Hadramouth, centinaia di persone celebravano l'anniversario dell'inizio della guerra tra il nord e sud secessionista (avvenuta nel 1994) quando per le strade hanno iniziato ad apparire le bandiere del Pdry (il governo socialista del sud che dichiarò la secesssione). Ad animare la protesta c'erano molti ex ufficiali e militari che combatterono in quei due mesi di guerra civile, che si concluse con la riunificazione del paese sotto la presidenza di Abdullah Saleh e con l'esilio dei leader sudisti. Si lamentavano di avere perso il posto nel '94 e, da allora, di avere sempre vissuto come cittadini di serie B, dimenticati dal governo centrale che, per mantenere i fragilissimi equilibri del potere, non è stato in grado di intraprendere un piano di riforme che portasse a uno sviluppo anche nel sud. "Attivisti secessionisti - scrisse l'agenzia yemenita Mareb Press - hanno dato alle fiamme diversi negozi appartenenti a persone provenienti dal nord". Le forze di sicurezza proclamarono subito lo stato di allerta, anche per rassicurare gli immigrati del nord che nel frattempo si erano barricati in casa per timore di essere assaliti, ma ormai la miccia era stata accesa. Nei disordini di quel giorno furono arrestate 25 persone, ma non ci furono vittime. L'indomani, un gruppo di miliziani assaltava un posto di blocco della polizia nazionale nella città di Habil Rida, tra le province di Lahji e Dali: nello scontro perdeva la vita un agente e quattordici persone rimanevano ferite. Nei giorni successivi scoppiavano altri disordini nella provincia di Abyan, a est di Aden, e nella città di Radfan, nel distretto di Lahji. E simili episodi sono continuati fino a ieri, 11 maggio, quando la protesta ha preso di mira un posto militare, dove ha perso la vita un soldato.

Attacco ai media. Il governo di Sa'ana non è rimasto a guardare. Dopo i primi scontri il presidente Saleh ha nominato un Comitato, con il compito di riportare la calma dialogando con i leader dei secessionisti. Dopo un solo incontro della provincia di Lahji, il Comitato annunciava di aver trovato un accordo con i dissidenti, promettendo attenzione per i loro problemi in cambio della smobilitazione delle proteste. Il giorno successivo, però, la situazione precipitava di nuovo, con cinque soldati feriti in uno scontro a fuoco con i secessionisti, nuove manifestazioni nuovamente represse e decine di persone arrestate. A quel punto, per non perdere del tutto il controllo della situazione, il governo di Sana'a ha ordinato la chiusura del principale quotidiano edito nel sud, al Ayyam, accusato di incitare al separatismo. Stessa fine hanno fatto, il giorno successivo, altri sette quotidiani che, secondo il governo, "incitavano a violare le leggi instillando odio tra la popolazione dello Yemen unito e invitando alla divisione del paese". Le proteste dei giornalisti sono state immediate, ma la risposta è stata, ancora una volta, autoritaria: l'istituzione di un tribunale per giudicare i contenuti della stampa, che il sindacato dei giornalisti definisce "una flagrante violazione della Costituzione".

Continua ...

 

 

Naoki Tomasini

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità