01/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Gilchrist Olympio, leader dell'opposizione togolese
Leader dell'opposizione togolese: Gilchrist OlympioFiglio del primo presidente del Togo indipendente, Sylvanus Olympio, assassinato nel gennaio del 1963, Gilchrist Olympio è il leader dell’opposizione togolese.
E’ stato uno dei primi a condannare il colpo di mano di Faure Gnassigbe dopo la morte del padre e ora che il figlio dell’ex dittatore togolese si è dimesso pensa di candidarsi alle prossime elezioni. Lo abbiamo raggiunto a Parigi
 
Signor Olympio, le pressioni internazionali hanno indotto Faure Gnassigbe a lasciare la presidenza. E’ l’inizio della fine delle dittature africane?
Questa volta le reazioni della comunità internazionale e di quella africana hanno sortito gli effetti desiderati. E’ stato fondamentale il ruolo di Obasanjo (presidente della Nigeria, nda) e dei membri dell’Ecowas, ma anche la Germania e gli Stati Uniti hanno fatto la loro parte. E’ vero, il Togo è comunque un Paese piccolo, contro il quale è più facile fare la voce grossa. Ma per una volta a farla franca non sono stati i più forti.
 
Lei ha brutti ricordi legati a Eyadema…
Ha fatto quello che voleva in Togo. Ha ucciso, torturato, rapito e fatto sparire chi gli pareva. Compreso mio padre. Ma il suo ragazzo, Faure, non è da meno. Quella famiglia mi ha reso la vita difficilissima.
 
In che modo?
Il padre mi ha condannato a morte e costretto all’esilio qui in Francia e a un lungo peregrinare. Il figlio a momenti mi mandava all’obitorio. Qualche anno fa, prima della mia condanna, mi trovavo in patria con alcuni membri del partito. Lui e alcuni uomini armati sono venuti a cercarmi nel villaggio dove mi trovavo e hanno aperto il fuoco su di noi. Sei dei miei uomini sono morti e io ci ho messo un anno a guarire dalle ferite.
 
Ma anche in Europa ha avuto i suoi bei grattacapi.
Mi hanno arrestato in più Paesi, in questi anni. Germania, Belgio, persino in Italia, a Malpensa. La polizia di frontiera mi fermava e mi interrogava, a volte per ore. Credevano che fossi un terrorista. Per forza, davano retta a un dittatore sanguinario.
 
Cosa resta del Togo, dopo la morte di Eyadema?
Quell’uomo ha tenuto il nostro Paese nel suo pugno per quasi quattro decenni. Ha lasciato un governo e un esercito pieni di sgherri della sua etnia, i Kabieh, una minoranza proveniente dal nord. Ora tutto va ricostruito e riorganizzato. Ci vuole un apparato politico solido, che garantisca la costituzionalità delle prossime elezioni e il multipartitismo che da troppo tempo manca dalle nostre parti. Prima lo stato era Eyadema. Ora dovranno esserlo i togolesi.
 
Lei è stato per molti anni il leader dell’opposizione in esilio. Ha intenzione di candidarsi alle prossime presidenziali?
Certo. Mi ero già candidato nel 2002, ma Eyadema sosteneva che non fossi residente e che dovevo tornare a vivere in Togo per almeno un anno. E come? Mi aveva condannato a morte!
 
Qual è il suo programma elettorale?
Il mio partito, L’Unione delle Forze per il Cambiamento sarà uno dei concorrenti per le prossime elezioni. Siamo stanchi di vedere, ovunque in Africa, degli analfabeti comandanti di ventura diventare dittatori e presidenti e governare con il pugno di ferro sui propri paesi. Proprio ora avremo bisogno del supporto dell’Unione Africana e dell’Unione Europea. Ci hanno aiutati a scongiurare un passaggio di poteri familiare. Ora ci dovranno aiutare a scendere a patti con l’esercito, a trattare con certi personaggi e a trovare partner internazionali. E poi a Lomè deve tornare la sicurezza. La gente ha tanti stipendi arretrati, c’è bisogno di nuove infrastrutture e di progetti di sviluppo. Forse è cominciata una nuova era per il nostro Paese.
 

Pablo Trincia

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