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"Al presidente gli chiedo che non pensi agli show politici e che permetta, lo supplico, che io possa tornare ad abbracciare mio figlio". María Estela Cabrera de Moncayo, madre del capo dell'Esercito colombiano Pablo Emilio Moncayo, ostaggio delle Forze armate rivoluzionarie da 11 anni, ha rivolto queste parole ad Alvaro Uribe, che nelle ultime settimane ha messo un aut aut dietro l'altro all'annuncio delle Farc di voler unilateralmente liberare il giovane. Primo fra tutti: no alla partecipazione di Piedad Cordoba.
La supplica di una madre. Professoressa di filosofie e lettere - così come il marito, l'insegnante che ha camminato a piedi per giorni pur di portare davanti all'opinione pubblica troppo distratta il dramma di suo figlio - la donna ha pregato Uribe "che non prenda le sue decisioni guardando solo gli interessi politici e che usi quel cuore grande di cui parlò tanto nella sua campagna elettorale".
L'annuncio della liberazione imminente di Pablo Moncayo venne fatto dalle Farc il 16 aprile, giorno in cui fissarono anche una condizione: "Consegneremo l'ostaggio soltanto a Piedad Cordoba", la senatrice dell'opposizione che tanto ha fatto per mediare tra le Farc e il governo, ottenendo vari successi nella questione ostaggi anche grazie all'appoggio del presidente venezuelano Hugo Chavez. Ma Uribe ha detto no. "Nessun politico presenzierà alla liberazione di Moncayo", ha tuonato, precisando che solo la Croce Rossa e la Chiesa Cattolica avranno il placet governativo. E dalle Farc: ben vengano le due istituzioni ma senza la Cordoba, nulla.
Il valzer delle condizioni. Un tira e molla che ha messo in allarme la famiglia del giovane che venne preso durante un combattimento quando aveva soltanto 19 anni. Con lui, altri 22 militari, tra cui un generale della Polizia (asceso a tale grado durante la prigionia) che le Farc vorrebbe scambiare con circa cinquecento guerriglieri rinchiusi nelle prigioni di Stato, tre dei quali estradati negli Usa. Da qui la supplica rivolta al presidente, che da sempre preferisce tentare di liberare gli ostaggi militarmente, pur di scendere a compromessi. E questo, nonostante sia stato dimostrato che il riscatto manu militare comporta notevoli rischi, tra cui la morte dell'ostaggio. Un atteggiamento, quello di Alvaro Uribe, che si ritrova anche nei tentativi di instaurare dialoghi di pace con la guerriglia. Un passo avanti e dieci indietro, rimandando e ostacolando, con nuovi diktat e condizioni. E intanto il tempo passa, la guerra ultraquarantennale continua, la gente muore e la non vita dei sequestrati si prolunga.
Stella Spinelli
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