01/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Da quando si è messa in proprio, Neda ha avuto soltanto dipendenti italiane
Scritto per noi da
Sergio Lotti
 
genteA Gorgan, nell’Iran settentrionale, studiava lingue all’università: italiano e inglese. Le mancava un anno alla laurea, nel ’92, quando decise di raggiungere il fidanzato, iraniano anche lui, che studiava medicina all’Università Statale di Milano. Poi lui si laureò e divenne chirurgo estetico-plastico alla clinica Humanitas, mentre Neda Nowroozi Sanaei non passò il test di ammissione alla stessa università, dove era già in vigore il numero chiuso e nel suo corso erano ammessi soltanto dodici studenti. “Allora feci un corso di estetica e fui assunta nel centro estetico di una palestra” racconta, “ma qualche anno dopo ero già autonoma, gestivo un altro centro con l’aiuto di due dipendenti italiane”.

Il lavoro. Ora ne gestisce un altro ancora, in franchising, che fa parte di una catena diffusa nell’area lombarda, e ha tre dipendenti italiane, più un paio di collaboratrici, italiane anche loro. “Non abbiamo molti contatti con la comunità iraniana locale, e poche volte abbiamo trovato intorno a noi diffidenza. Anzi, sono molti di più gli apprezzamenti che abbiamo ricevuto per il fatto che, pur venuti da un paese così lontano e da una cultura così diversa, ci siamo ben inseriti nel contesto sociale”. Una benevolenza ambigua, come al solito, quasi a dire: bravi, chi l’avrebbe mai detto. Ma si sa, una posizione sociale elevata e un tenore di vita al di sopra della lotta per la sopravvivenza sono sempre un buon viatico per farsi accettare.
 
E’ evidente che Neda, con un marito chirurgo, la padronanza della lingua italiana e una vita da benestante è entrata nella nostra società dalla porta principale. “Neppure per ottenere prestiti o contratti di leasing ho avuto troppe difficoltà, anche perché in genere mi facevo presentare dai quei clienti italiani che avevano rapporti con le banche. Le difficoltà maggiori sono state quelle di ordine burocratico, per esempio la pratica per ottenere la licenza: negli uffici ti dicono sempre cose diverse o date diverse, a seconda del giorno o della persona con cui parli. Ma credo siano problemi che tormentano anche un italiano”.

Le insidie. Per un extracomunitario, però, c’è sempre in agguato qualche insidia in più, i normali problemi quotidiani rivelano all’improvviso qualche vena razzista. Come quando si ha bisogno del permesso di soggiorno. “Quando è nato nostro figlio, tre mesi fa, ci siamo resi conto che era meglio accelerare la pratica per ottenere la cittadinanza, ma nel attesafrattempo ho dovuto inserirlo sul mio permesso. Attaccarci sopra la sua foto e aggiungere un timbro è stato un calvario, c’era sempre qualcosa che non andava, mi contestavano persino le foto perché non erano tutte uguali: un bambino di pochi mesi infatti non sta mai fermo e le espressioni cambiano. Ho avuto l’impressione che volessero crearmi difficoltà, soprattutto che non facessero neppure distinzione fra un clandestino e uno che ha già una casa, una famiglia stabile e una piccola impresa che procura lavoro anche ad altri. Ma nel complesso mi sento a mio agio qui. Non posso dire che non mi manchino un po’ la mia terra e la mia famiglia d’origine, ma non penso di tornare in Iran. Mio marito, poi, non vuole neppure sentirne parlare”.

La crisi economica. I clienti sono per lo più italiani, soprattutto donne, ma anche turchi e iraniani della comunità ebraica, tutte persone che vivono o lavorano in quella zona di Milano. E gli affari vanno abbastanza bene, o almeno così era fino a un anno fa. “Ultimamente la crescita si è fermata, i clienti sono gli stessi, ma fanno meno trattamenti o diradano le sedute. Spendono meno, insomma”.
La crisi, almeno, non fa distinzione tra nazionalità.
Categoria: Migranti
Luogo: Italia