Il lavoro. Ora ne gestisce un altro ancora, in franchising, che fa parte di una catena
diffusa nell’area lombarda, e ha tre dipendenti italiane, più un paio di collaboratrici,
italiane anche loro. “Non abbiamo molti contatti con la comunità iraniana locale,
e poche volte abbiamo trovato intorno a noi diffidenza. Anzi, sono molti di più
gli apprezzamenti che abbiamo ricevuto per il fatto che, pur venuti da un paese
così lontano e da una cultura così diversa, ci siamo ben inseriti nel contesto
sociale”. Una benevolenza ambigua, come al solito, quasi a dire: bravi, chi l’avrebbe
mai detto. Ma si sa, una posizione sociale elevata e un tenore di vita al di sopra
della lotta per la sopravvivenza sono sempre un buon viatico per farsi accettare.
E’ evidente che Neda, con un marito chirurgo, la padronanza della lingua italiana
e una vita da benestante è entrata nella nostra società dalla porta principale.
“Neppure per ottenere prestiti o contratti di leasing ho avuto troppe difficoltà,
anche perché in genere mi facevo presentare dai quei clienti italiani che avevano
rapporti con le banche. Le difficoltà maggiori sono state quelle di ordine burocratico,
per esempio la pratica per ottenere la licenza: negli uffici ti dicono sempre
cose diverse o date diverse, a seconda del giorno o della persona con cui parli.
Ma credo siano problemi che tormentano anche un italiano”.
Le insidie. Per un extracomunitario, però, c’è sempre in agguato qualche insidia in più,
i normali problemi quotidiani rivelano all’improvviso qualche vena razzista. Come
quando si ha bisogno del permesso di soggiorno. “Quando è nato nostro figlio,
tre mesi fa, ci siamo resi conto che era meglio accelerare la pratica per ottenere
la cittadinanza, ma nel
frattempo ho dovuto inserirlo sul mio permesso. Attaccarci sopra la sua foto
e aggiungere un timbro è stato un calvario, c’era sempre qualcosa che non andava,
mi contestavano persino le foto perché non erano tutte uguali: un bambino di pochi
mesi infatti non sta mai fermo e le espressioni cambiano. Ho avuto l’impressione
che volessero crearmi difficoltà, soprattutto che non facessero neppure distinzione
fra un clandestino e uno che ha già una casa, una famiglia stabile e una piccola
impresa che procura lavoro anche ad altri. Ma nel complesso mi sento a mio agio
qui. Non posso dire che non mi manchino un po’ la mia terra e la mia famiglia
d’origine, ma non penso di tornare in Iran. Mio marito, poi, non vuole neppure
sentirne parlare”.
La crisi economica. I clienti sono per lo più italiani, soprattutto donne, ma anche turchi e iraniani
della comunità ebraica, tutte persone che vivono o lavorano in quella zona di
Milano. E gli affari vanno abbastanza bene, o almeno così era fino a un anno fa.
“Ultimamente la crescita si è fermata, i clienti sono gli stessi, ma fanno meno
trattamenti o diradano le sedute. Spendono meno, insomma”.
La crisi, almeno, non fa distinzione tra nazionalità.