Si dimette Faure Gnassigbe, neopresidente grazie a un colpo di mano. Ma all'opposizione non basta

Diplomazia, dialogo, ma anche risolutezza e minacce neanche tanto velate.
E’ bastato questo per chiudere in venti giorni l’esperienza da presidente di
Faure Gnassigbe, figlio del defunto padre-padrone del Togo, Eyadema Gnassigbe,
morto lo scorso 5 febbraio dopo 38 anni a capo del piccolo stato dell’Africa occidentale,
stretto tra Ghana, Burkina Faso e Benin. Il suo decesso su un aeroplano diretto
verso una vecchia amica, la Francia, dove lo attendevano cure mediche d’emergenza,
era stato sfruttato da Faure, che nel giro di poche ore aveva preso il potere
a Lomè con l’aiuto di alcuni alti quadri dell’esercito, sorprendendo tutti e scatenando
l’ira di migliaia di togolesi in patria e all’estero, oltre che della comunità
internazionale e africana.
La reazione della comunità africana. Scalzando il legittimo erede allo scranno presidenziale, il presidente del parlamento
Natchabe Ouattara, il giovane Faure aveva violato la costituzione del Togo, credendo
forse di aver diritto a ereditare quello che fino a poco prima era stata una terra
su cui il padre aveva fatto il bello e il cattivo tempo. Ma la ‘bravata’ non è
durata a lungo. Questa volta i meccanismi diplomatici degli altri Paesi e organismi
africani sono scattati subito, mettendo il neo-presidente illegittimo del Togo
con le spalle al muro. Olosegun Obasanjo, presidente della Nigeria, capo dell’Unione
Africana e principale mediatore della scena politica africana e Mahmadou Tandja,
capo di stato del Niger nonché presidente della Comunità economica degli stati
dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), avevano subito lanciato un monito a Faure,
intimandogli di rispettare la Costituzione del suo Paese, pena pesanti sanzioni
o, peggio, un intervento militare.
Una vittoria a metà. L’azione congiunta degli organismi politici africani dà ora all’Africa la possibilità
di dimostrare alla comunità internazionale di voler rompere il circolo vizioso
delle dittature e di premere per riforme democratiche. “Abbiamo parlato con una
sola voce, abbiamo messo in chiaro i nostri principi, e abbiamo insistito che
vi fosse un criterio minimo per governare, l’assenza del quale non può essere
tollerata”, ha detto il portavoce dell’Ecowas, Mohammad Ibn Chambas, alla reporter
del New York Times, Lydia Polgreen, alcuni giorni fa.
Ma non tutti i togolesi sembrano soddisfatti di questo pur clamoroso esito. La
presidenza di Faure è passata direttamente nelle mani di un nuovo presidente,
Bonfoh Abbasa, invece di andare al capo del parlamento, come previsto dalla costituzione.
Una decisione che ha scatenato l’ira dell’opposizione a Lomè come in altre città
africane ed europee. Nella capitale togolese lo scorso fine settimana è stato
caratterizzato da scontri tra la polizia e i manifestanti nel quartiere di Be, dove risiede l’Rpt, l’organizzazione ad ombrello che raggruppa i vari partiti
che si oppongono al regime.
Inoltre, Faure Gnassigbe dovrà rispondere di alcune morti avvenute durante gli
scontri causati dalle manifestazioni esplose a pochi giorni dalla sua auto-nomina.
“Il passo indietro di Faure Gnassigbe è sicuramente positivo, ma resta una mezza
vittoria”, dice Kossi Komla-Ebri, medico togolese che risiede in Italia da oltre
trent’anni. Insieme ad altri membri della comunità togolese ha organizzato, lo
scorso 26 febbraio, una manifestazione pacifica di fronte alla prefettura a Milano,
per chiedere più attenzione verso un Paese poco considerato in Europa e in Italia.
“Il Togo – continua – è stato uno dei primi Paesi teatro di un colpo di stato
nel 1963, con l’assassinio del primo presidente del Togo, Olympio. Dopo quasi
quarant’anni di Gnassigbe Eyadema è una soddisfazione sapere che il potere non
sia rimasto in famiglia. Ma la costituzione togolese continua a essere violata.
E lo sarà finché Ouattara non diventerà presidente e indirà libere elezioni”.