18/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Oltre 4mila soldati Usa feriti nel conflitto iracheno. Ignorati dai media.

La conta dei caduti statunitensi in Iraq è conosciuta (in questo momento si avvicina ai 1.100 morti) ed entra spesso nel dibattito politico. Dei feriti, invece, non si parla mai. Ormai sono quasi 4.200: molti di loro tornano in servizio dopo qualche giorno, ma ci sono anche centinaia di ragazzi che rientrano in patria sfigurati, ciechi, senza gambe e braccia, con cervelli tenuti insieme da scatole metalliche. Sono ignorati dall’amministrazione Bush, che evita di mostrare all’elettorato tutto ciò che può rappresentare l’orrore e il dolore del conflitto, sono dimenticati dai media, da tutti. Tutto quel che rimane loro, oltre a un modesto indennizzo, è un Purple Heart, il riconosciment o dell’Esercito ai feriti in combattimento.

E proprio “Purple Heart” (“Cuore viola”) è il titolo di un nuovo libro della fotogiornalista statunitense Nina Berman, autrice in passato di reportage fotografici sulle vittime degli stupri in Bosnia e sulla condizione delle donne nell’Afghanistan dei talebani. “Purple Heart” è una raccolta di ritratti di venti soldati feriti in modo grave in Iraq. Le immagini sono accompagnate da interviste ai reduci, che raccontano come vedevano la guerra prima di andarci e come convivono ora con le loro menomazioni.

Ne viene fuori un ritratto commovente e al tempo stesso sorprendente, perché gli intervistati hanno punti di vista molto diversi tra loro: c’è chi rimpiange la scelta di arruolarsi, chi non aveva mai pensato che fare il militare sarebbe stato così brutto fino a quando non ha visto “Salvate il soldato Ryan”, ma soprattutto c’è anche chi è orgoglioso di aver servito il proprio Paese, nonostante questo gli abbia segnato la vita per sempre. “Durante i miei primi incontri con questi ex soldati – racconta Nina Berman – mi sentivo triste, perplessa e arrabbiata, perché loro non mi sembravano così risentiti. Poi ho capito che erano scioccati”.

E’ normale che lo siano, dato quello che hanno passato. “Avevo schegge di granata nella schiena, nella testa, nei polmoni – dice Tyson Johnson, 22 anni,  uno dei protagonisti di “Purple Heart” –. Avevo entrambe le braccia rotte. Ho perso un rene, il mio intestino era un casino. Mi hanno tolto un’arteria dalla gamba sinistra e me l’hanno messa nel braccio destro. Praticamente mi hanno preso la vita”.

“Qui in California – sostiene Robert Acosta, 20 anni, anche lui ferito in Iraq – nessuno sa veramente cosa tocca ai soldati laggiù, quello che devono sopportare. Vedono in tv, ‘oh guarda, due soldati sono rimasti feriti oggi’ e pensano ‘ma sì, se la caveranno’. Ma quei soldati rimarranno segnati fisicamente e mentalmente per tutta la vita, e loro non capiscono. Vedono un soldato ferito e se ne dimenticano appena cambiano canale”.

Si dice inoltre che l’americano medio, in generale, non si preoccupa più di tanto neanche degli oltre mille militari morti, figurarsi i feriti. “Molti cittadini di questo Paese reputano accettabili questi numeri – spiega l’autrice di “Purple Heart” –. Intanto perché hanno visto poche immagini delle vittime. E poi il nostro governo censura le immagini delle bare di ritorno dall’Iraq e impedisce alle troupe televisive di filmare i soldati feriti. I media principali, a eccezione di qualche tv e qualche storia occasionale, sembrano non interessati a dare un ritratto realistico delle sofferenza della guerra”.

Teresa Fontanelli

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