stampa
invia
La conta dei caduti statunitensi in Iraq è conosciuta (in questo momento si avvicina
ai 1.100 morti) ed entra spesso nel dibattito politico. Dei feriti, invece, non
si parla mai. Ormai sono quasi 4.200: molti di loro tornano in servizio dopo qualche
giorno, ma ci sono anche centinaia di ragazzi che rientrano in patria sfigurati,
ciechi, senza gambe e braccia, con cervelli tenuti insieme da scatole metalliche.
Sono ignorati dall’amministrazione Bush, che evita di mostrare all’elettorato
tutto ciò che può rappresentare l’orrore e il dolore del conflitto, sono dimenticati
dai media, da tutti. Tutto quel che rimane loro, oltre a un modesto indennizzo,
è un Purple Heart, il riconosciment o dell’Esercito ai feriti in combattimento.
E proprio “Purple Heart” (“Cuore viola”) è il titolo di un nuovo libro della
fotogiornalista statunitense Nina Berman, autrice in passato di reportage fotografici
sulle vittime degli stupri in Bosnia e sulla condizione delle donne nell’Afghanistan
dei talebani. “Purple Heart” è una raccolta di ritratti di venti soldati feriti
in modo grave in Iraq. Le immagini sono accompagnate da interviste ai reduci,
che raccontano come vedevano la guerra prima di andarci e come convivono ora con
le loro menomazioni.
Ne viene fuori un ritratto commovente e al tempo stesso sorprendente, perché
gli intervistati hanno punti di
vista molto diversi tra loro: c’è chi rimpiange la scelta di arruolarsi, chi
non aveva mai pensato che fare il militare sarebbe stato così brutto fino a quando
non ha visto “Salvate il soldato Ryan”, ma soprattutto c’è anche chi è orgoglioso
di aver servito il proprio Paese, nonostante questo gli abbia segnato la vita
per sempre. “Durante i miei primi incontri con questi ex soldati – racconta Nina
Berman – mi sentivo triste, perplessa e arrabbiata, perché loro non mi sembravano
così risentiti. Poi ho capito che erano scioccati”.
E’ normale che lo siano, dato quello che hanno passato. “Avevo schegge di granata
nella schiena, nella testa, nei polmoni – dice Tyson Johnson, 22 anni, uno dei protagonisti di “Purple Heart” –. Avevo entrambe le braccia rotte. Ho
perso un rene, il mio intestino era un casino. Mi hanno tolto un’arteria dalla
gamba sinistra e me l’hanno messa nel braccio destro. Praticamente mi hanno preso
la vita”.
“Qui in California – sostiene Robert Acosta, 20 anni, anche lui ferito in Iraq
– nessuno sa veramente cosa tocca ai soldati laggiù, quello che devono sopportare.
Vedono in tv, ‘oh guarda, due soldati sono rimasti feriti oggi’ e pensano ‘ma
sì, se la caveranno’. Ma quei soldati rimarranno segnati fisicamente e mentalmente
per tutta la vita, e loro non capiscono. Vedono un soldato ferito e se ne dimenticano
appena cambiano canale”.
Si dice inoltre che l’americano medio, in generale, non si preoccupa più di tanto
neanche degli oltre mille militari morti, figurarsi i feriti. “Molti cittadini
di questo Paese reputano accettabili questi numeri – spiega l’autrice di “Purple
Heart” –. Intanto perché hanno visto poche immagini delle vittime. E poi il nostro
governo censura le immagini delle bare di ritorno dall’Iraq e impedisce alle troupe
televisive di filmare i soldati feriti. I media principali, a eccezione di qualche
tv e qualche storia occasionale, sembrano non interessati a dare un ritratto realistico
delle sofferenza della guerra”.
Teresa Fontanelli