Una forte esplosione in pieno giorno, in una delle strade principali di Lashkargah:
un’autobomba ha seminato il panico di fronte a un commissariato di polizia, nei
pressi dell'affollato bazar cittadino. Poco più in là, a nemmeno cento metri,
l’ospedale di Emergency, la ong italiana fondata da Gino Strada.
L’ordigno è stato messo in una cassetta della frutta, nascosto sotto una vettura
di ordinanza, in mezzo a molti agenti in continuo andirivieni.
Tre poliziotti sono rimasti feriti. Uno in maniera grave. Mazullah ab-Rahman,
diciannove anni, è stato colpito da alcune schegge in fronte e al torace. Immediati
i soccorsi dal vicino ospedale. Il giovane è stato operato d’urgenza e ora sembra
fuori pericolo.
Come si spiega questo attentato. Di sicuro è tutto molto allarmante. Hanno colpito con l’intento di fare una strage.
A quell’ora la zona è molto frequentata. Il vicino mercato, poi, pullula di gente.
C’è da dire che Lashkargah è una zona molto diversa da Kabul e dintorni. È ancora
territorio dei Signori della guerra, non c’è alcun controllo vero da parte dei
governatori statali. Addirittura le truppe militari, da sempre, sono il più delle
volte manovrate da loro, sono la loro facciata pubblica.
E sta forse proprio qui la chiave di lettura dei fatti. Con il nuovo assetto
post-elettorale stanno cambiando alcuni governatori e se ne avvertono le conseguenze.
Probabilmente è un modo per ribadire chi comanda davvero, per sottolineare che
nessuna autorità espressa da Karzai potrà soppiantare la loro, consolidata e rimasta
pressoché intatta.
La tensione sale. Negli ultimi dieci giorni poi i fatti parlano chiaro. Hanno ucciso nove soldati
afgani, poco lontano da qui, al confine col Pakistan, e oggi questa autobomba,
proprio di fronte all’entrata del commissariato locale. Il messaggio si delinea
a chiare lettere.
Prima i governatori e i comandanti delle forze di sicurezza erano appunto personalità
locali, adesso invece stanno iniziando a venirne da fuori. Non sono certo ben
viste: il popolo non li riconosce, i Signori della guerra non li vogliono.
E nel resto del Paese poco cambia. Alcune voci di qualche disordine a nord stanno arrivando. Dall’attentato a
Dostum, ai tre camion Usa incendiati nel
Panshir. Sono tutte conseguenze, reazioni a quello che stanno tentando di fare a Kabul.
In un Paese dove, nonostante tutto, niente è cambiato da quattro anni a questa
parte, dove le strutture connettive della società sono praticamente immutate,
dove concretamente a comandare sono sempre gli stessi, non si accettano autorità
altre, imposte da un governo non sentito come autorevole. A Lashkargah, in particolare.
E questo è il risultato.
Poca sicurezza. Se poi vi si aggiungono i problemi locali, il quadro non è dei più rassicuranti.
Pochi giorni fa hanno ucciso due cooperanti dell’unica ong afgana presente qui
in città, la IBS Sina. I corpi sono stati ritrovati nel deserto. Il movente potrebbe
essere la rapina o il regolamento di conti. Ma sicuramente è il sintomo di una
tensione più o meno latente, di assenza di sicurezza.
La normalizzazione è lontana. L’Afghanistan dunque era e rimane una terra occupata e questo lo si percepisce,
anche nell’aria.