01/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Kuala Lumpur inaugura oggi la campagna d'espulsione di tutti gli immigrati illegali
Multe, arresti e successive deportazioni. Ecco cosa rischiano migliaia di immigrati illegali in Malesia a partire da oggi, 1 marzo, a causa di una campagna di espulsioni di massa lanciata dal governo già nel 2004 e rinviata per tre volte. Le squadre delle forze dell'ordine hanno già iniziato retate in cantieri, piantagioni e ristoranti.
Nel Paese asiatico ci sono circa 3 milioni di migranti, di cui la metà illegali. In questi mesi 600mila lavoratori senza documenti avrebbero già lasciato il territorio malesiano, mentre altre decine di migliaia rimangono in balia della polizia. Oltre 300mila riservisti volontari sono stati impiegati per fermare i lavoratori irregolari nel primo giorno della cosiddetta Ops Tegas, “Operazione Fermezza”. Le organizzazioni per i diritti umani temono incidenti e gravi abusi. La Tigre del Sud Est asiatico (chiamata così per la crescita economica dei primi anni ‘90) è miraggio di un futuro migliore per molte popolazioni povere ai confini: soprattutto indonesiani che sono l’80 per cento dei migranti, ma anche filippini e birmani. 
  migranti
Chi sono gli illegali. “Ci sono diversi gruppi di immigrati illegali”, ci spiega al telefono Aegile Fernandez, portavoce di Tenaganita, la principale organizzazione malesiana che si occupa dei diritti dei lavoratori stranieri. “Molte persone, in attesa di giudizio, possono rimanere nel Paese finchè non viene emessa la sentenza, ma intanto non hanno i permessi di soggiorno e di impiego. Alcuni sono vittime di traffici che li hanno costretti al lavoro forzato e alla prostituzione. I loro documenti sono stati sequestrati dagli aguzzini. Altri sono richiedenti asilo, in particolare di etnia Rohingya e Chin provenienti dal Myanmar (ex Birmania) e indonesiani fuggiti dalla provincia settentrionale dell’Aceh, distrutta dallo tsunami e dove è in corso una guerra trentennale. Il governo ha promesso che i rifugiati non verranno arrestati, ma è tutto da vedere”. 
Proprio in seguito al maremoto del 26 dicembre scorso, il governo indonesiano aveva ottenuto il rinvio della Ops Tegas dal 1 febbraio al 1 marzo. Molti lavoratori, infatti, provengono dalla regione più colpita dalla violenta marea, il nord di Sumatra di cui fa parte anche l’Aceh. Aegile Fernandez continua:  “Già 400mila indonesiani hanno lasciato la Malesia in gennaio e altre migliaia nell’ultimo mese. Giakarta ha inviato alcune navi per rimpatriare i suoi cittadini. Moltissimi infatti sono tornati con barche e traghetti, perché per loro era il mezzo di trasporto meno caro. Questi ultimi potranno far ritorno in Malesia quando avranno ottenuto i documenti necessari. Chi verrà arrestato, invece, sarà definitivamente espulso. In questo periodo abbiamo lavorato molto per cercare di procurare i permessi agli immigrati o per aiutarli a trovare i soldi del viaggio”.
 
migrantiFlussi migratori nei secoli. La Malesia ha una lunga storia di migrazioni. Durante la colonizzazione inglese, milioni di cinesi arrivarono nel Paese per iniziare attività commerciali e per lavorare nelle miniere di stagno. Dall’India giunsero i Tamil, che furono impiegati nelle piantagioni di caucciù, i Sikh e gli abitanti del Punjab che ricoprirono cariche nella polizia e rappresentarono un grande bacino di manodopera per la costruzione della rete ferroviaria. Oggi gli stranieri dei Paesi vicini rappresentano l’11 per cento della forza lavoro e spesso sono costretti ad affrontare situazioni di miseria ed emarginazione. Indonesiani, filippini e birmani fanno in genere gli operai, i muratori, i braccianti nelle piantagioni e i domestici presso le famiglie malesiane benestanti. Riguardo a questo ultimo gruppo, che è composto principalmente da donne indonesiane, Human Rights Watch nel luglio 2004 ha denunciato che ogni anno molte persone sono costrette ai lavori forzati e percepiscono salari da fame. Nel rapporto si parla anche di casi di stupro.  Nelle case della middle class malesiana gli inservienti non godono di alcuna tutela: la legge sull’impiego, il Malaysia’s Employment Act, è assai datato (1955) e non considera neppure la categoria. Esiste inoltre un contratto standard che consente al datore di lavoro di rilasciare lo stipendio dopo addirittura due anni dall’assunzione.
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Una vita di terrore e abusi. “Gli immigrati irregolari vivono nella paura per tutto il tempo del loro soggiorno”, ci racconta Agile Fernandez. “I datori di lavoro li assumono perché costano poco e in genere non vengono arrestati per questo. Quando accade, di solito sono rilasciati su cauzione, mentre i loro operai vengono spediti nei campi di detenzione. Qui possono rimanere per lunghi periodi”.
Anche le organizzazioni umanitarie non sono ben viste in Malesia. La fondatrice di Tenaganita, l’avvocato Irene Fernandez, è stata arrestata  nel ’95 per aver pubblicato il rapporto “Abusi, torture e trattamenti disumani nei campi di detenzione contro i lavoratori immigrati”. Dopo un lungo processo, nell’ottobre 2003 Irene è stata condannata a un anno di prigione. Attualmente è in libertà provvisoria su cauzione e il suo passaporto è stato sequestrato”. 
Così, d’altra parte, nei Paesi di provenienza sono molti coloro che approfittano delle persone in cerca di un lavoro. In Indonesia le agenzie di collocamento estorcono danaro ai clienti in cambio di un impiego all’estero che spesso si rivela un’illusione: sono molti coloro che, una volta arrivati in Malesia, finiscono nei cosiddetti training centre, centri di accoglienza che assomigliano a vere e proprie carceri. Intanto non sono chiare le ragioni che hanno spinto Kuala Lumpur ad adottare questa politica d’espulsione, visto che gli immigrati rappresentano un’importante risorsa per il Paese che accetta di fare i lavori “più sporchi, pericolosi e difficili” ormai scartati dai malesiani.
 

Francesca Lancini

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