Kuala Lumpur inaugura oggi la campagna d'espulsione di tutti gli immigrati illegali
Multe, arresti e successive
deportazioni. Ecco cosa rischiano migliaia di immigrati illegali in
Malesia a
partire da oggi, 1 marzo, a causa di una campagna di espulsioni di
massa
lanciata dal governo già nel 2004 e rinviata per tre volte. Le squadre
delle forze dell'ordine hanno già iniziato retate in cantieri,
piantagioni e ristoranti.
Nel Paese asiatico
ci sono circa 3 milioni di migranti, di cui la metà illegali. In questi mesi
600mila lavoratori senza documenti avrebbero già lasciato il territorio malesiano,
mentre
altre decine di migliaia rimangono in balia della polizia. Oltre
300mila riservisti volontari sono stati impiegati per fermare i lavoratori
irregolari nel primo giorno della cosiddetta Ops Tegas, “Operazione Fermezza”. Le organizzazioni per i diritti
umani temono incidenti e gravi abusi. La Tigre del Sud Est asiatico (chiamata
così per la crescita economica dei primi anni ‘90) è miraggio di un futuro
migliore per molte popolazioni povere ai confini: soprattutto indonesiani che
sono l’80 per cento dei migranti, ma anche filippini e birmani.

Chi sono gli illegali. “Ci sono diversi gruppi di immigrati illegali”,
ci spiega al telefono Aegile Fernandez, portavoce di
Tenaganita,
la principale
organizzazione malesiana che si occupa dei diritti dei lavoratori
stranieri. “Molte persone, in attesa di giudizio, possono rimanere nel
Paese finchè non
viene emessa la sentenza, ma intanto non hanno i permessi di soggiorno
e di impiego. Alcuni sono vittime di traffici
che li hanno costretti al lavoro forzato e alla prostituzione. I loro
documenti
sono stati sequestrati dagli aguzzini. Altri sono richiedenti asilo, in
particolare di etnia Rohingya e Chin provenienti dal Myanmar (ex
Birmania) e
indonesiani fuggiti dalla provincia settentrionale dell’Aceh, distrutta
dallo tsunami e dove è in corso una guerra trentennale. Il governo ha
promesso che i rifugiati non verranno arrestati, ma è
tutto da vedere”.
Proprio in seguito al maremoto del 26 dicembre scorso, il governo indonesiano
aveva ottenuto il rinvio della Ops
Tegas
dal 1 febbraio al
1 marzo. Molti lavoratori, infatti,
provengono dalla regione più colpita dalla violenta marea, il nord di
Sumatra di cui fa parte anche l’Aceh. Aegile Fernandez continua:
“Già
400mila indonesiani hanno lasciato la Malesia in gennaio e altre
migliaia
nell’ultimo mese. Giakarta ha inviato alcune navi per rimpatriare i
suoi
cittadini. Moltissimi infatti sono tornati con barche e traghetti,
perché per
loro era il mezzo di trasporto meno caro. Questi ultimi potranno far
ritorno in
Malesia quando avranno ottenuto i documenti necessari. Chi verrà
arrestato,
invece, sarà definitivamente espulso. In questo periodo abbiamo
lavorato molto
per cercare di procurare i permessi agli immigrati o per aiutarli a
trovare i
soldi del viaggio”.
Flussi migratori nei secoli. La
Malesia ha una lunga
storia di migrazioni. Durante la colonizzazione inglese, milioni di
cinesi
arrivarono nel Paese per iniziare attività commerciali e per lavorare
nelle
miniere di stagno. Dall’India giunsero i Tamil, che furono impiegati
nelle
piantagioni di caucciù, i Sikh e gli abitanti del Punjab che
ricoprirono
cariche nella polizia e rappresentarono un grande bacino di manodopera
per la
costruzione della rete ferroviaria. Oggi gli stranieri dei Paesi vicini
rappresentano l’11 per cento della forza lavoro e spesso sono costretti
ad
affrontare situazioni di miseria ed emarginazione. Indonesiani,
filippini e
birmani fanno in genere gli operai, i muratori, i braccianti nelle
piantagioni
e i domestici presso le famiglie malesiane benestanti. Riguardo a
questo ultimo gruppo, che è composto principalmente da donne
indonesiane, Human Rights Watch nel luglio 2004 ha denunciato
che ogni anno molte persone sono costrette ai lavori forzati e
percepiscono
salari da fame. Nel rapporto si parla anche di casi di stupro.
Nelle case della
middle class malesiana gli inservienti non godono di alcuna tutela:
la legge sull’impiego, il
Malaysia’s
Employment Act, è assai datato (1955) e non considera neppure la categoria.
Esiste inoltre un contratto standard che consente al datore di lavoro di
rilasciare lo stipendio dopo addirittura due anni dall’assunzione.

Una vita di terrore e abusi. “Gli immigrati irregolari
vivono nella paura per tutto il tempo del loro soggiorno”, ci racconta Agile
Fernandez. “I datori di lavoro li assumono perché costano poco e in genere non
vengono
arrestati per questo. Quando accade, di solito sono rilasciati su cauzione,
mentre i loro operai vengono spediti nei campi di detenzione. Qui possono
rimanere per lunghi periodi”.
Anche le organizzazioni
umanitarie non sono ben viste in Malesia. La fondatrice di Tenaganita, l’avvocato
Irene Fernandez, è stata arrestata nel
’95 per aver pubblicato il rapporto “Abusi, torture e trattamenti disumani
nei campi di detenzione contro i lavoratori immigrati”. Dopo un lungo processo,
nell’ottobre 2003 Irene è stata condannata a un anno di prigione. Attualmente
è in libertà
provvisoria su cauzione e il suo passaporto è stato sequestrato”.
Così, d’altra parte, nei
Paesi di provenienza sono molti coloro che approfittano delle persone in cerca
di un lavoro. In Indonesia le agenzie di collocamento estorcono danaro ai
clienti in cambio di un impiego all’estero che spesso si rivela un’illusione:
sono molti coloro che, una volta arrivati in Malesia, finiscono nei cosiddetti
training centre, centri di accoglienza
che assomigliano a vere e proprie carceri. Intanto non sono chiare le ragioni
che hanno spinto Kuala Lumpur ad adottare questa politica d’espulsione, visto
che
gli immigrati rappresentano un’importante risorsa per il Paese che accetta di
fare i
lavori “più sporchi, pericolosi e difficili” ormai scartati dai malesiani.