Sul punto di decapitare l’ostaggio, i ribelli hanno rinunciato. Ma sebbene sia
vivo per raccontarla, il sopravvissuto è ancora emotivamente scosso dall’esperienza.
Sardar Hama Ali Rasool si preparava per la morte recitando i versi iniziali del
Corano. I suoi rapitori preparavano il coltello per la decapitazione, discutendo
nel mentre, se dargli o meno delle pillole per alleviare il dolore. Poi il miliziano
che teneva il coltello pose fine al dibattito “Non è nulla –disse- è questione
di minuti".
Uno dei rapitori spinse Rasool per terra, ma mentre il coltello stava per tagliargli
il collo, il capo del gruppo improvvisamente ordinò “Stop!”. Appena Rasool sollevò
la testa, gli disse “Non so perché, ma non voglio farti tagliare la testa. Ti
manderò da qualche altra parte.” Rasool è uno dei tanti Iracheni -non si conoscono
dati precisi - rapiti dai ribelli negli ultimi due anni. Rapimenti che spesso
si concludono
con esecuzioni capitali. I media internazionali si concentrano soprattutto sulla
piaga dei sequestri ai danni degli stranieri, ma anche molti Iracheni vengono
rapiti, da bande armate mosse da ideologie estremiste o che semplicemente sperano
di guadagnare un riscatto. Gli uomini che rapirono Rasool erano combattenti islamici
che lo presero di mira perché lavorava per una Ong europea in Iraq per rimuovere
ordigni inesplosi dalle scuole e dagli edifici pubblici. Rasool fu rapito lo scorso
novembre mentre stava camminando da solo nel quartiere al-Bayya, nelle vicinanze
di Baghdad.

Tre uomini mascherati gli si fecero incontro e uno di loro lo colpì con il calcio
della pistola. Rasool disse di avere provato a strappargli la pistola dalle mani,
ma uno degli altri gli sparò a una coscia. Un auto li affiancò, gli uomini sollevarono
Rasool e lo spinsero dentro al veicolo, sparando vari colpi mentre si allontanavano
con l’auto per scoraggiare eventuali interventi in aiuto del rapito. "C'erano
quatto poliziotti nelle vicinanze, vicino all’Ufficio Proprietà e Atti Notarili,”
disse Rasool. “Ma non hanno fatto nulla per salvarmi.” I rapitori lo perquisirono,
gli svuotarono le tasche e vi trovarono diverse carte di identità rilasciate dalla
Ong per cui lavora. Una di queste raffigurava la bandiera degli Stati Uniti, perché
la sua organizzazione è supportata da un appaltatore americano. Uno dei ribelli
indicò la bandiera e accusò Rasool di essere una spia al servizio degli Stati
Uniti e di Israele. Gli chiesero di rivelare loro i nomi degli appaltatori per
l’esercito Usa, ma lui rispose che non sapeva nulla. Venne bendato e portato in
un edificio in una zona isolata: nessun rumore, né aerei né automobili, solo silenzio.
Il giorno dopo, tre dei miliziani entrarono nella sua stanza, per curargli le
ferite e per interrogarlo, “Il primo interrogatorio fu molto duro, e venni schiaffeggiato.”
Quella stessa notte, due di coloro che l’avevano interrogato, ritornarono con
un pezzo di carta, contenente informazioni su di lui: “Se rispondi correttamente
alle nostre domande - gli dissero - ti lasceremo libero”. Quindi procedettero
chiedendo
a Rasool il suo nome, indirizzo e sede dell’organizzazione per cui lavorava –
domande
a cui rispose sinceramente.

Quindi portarono dentro altri due uomini, ammanettati ed incappucciati. I ribelli
li colpirono con un tubo, accusandoli di avere ucciso l’imam di una moschea, appartenente
ad una milizia sciita. Due giorni più tardi, i carcerieri dissero a Rasool che
stavano aspettando l’arrivo del loro capo. Quando questi arrivò, Rasool venne
interrogato di nuovo. “Avevate detto che mi avreste lasciato libero oggi” protestò.
Ma il capo dei ribelli gli rispose: “Ho emesso una fatwa per cui sarai decapitato”.
Quindi gli pose un asciugamano sopra la testa e lo portò nella stanza accanto.
“Quando mi tolsero l’asciugamano, ho potuto vedere che erano presenti cinque persone,”
racconta Rasool, “Stavano davanti ad un pannello nero, ed uno di essi aveva un
grosso coltello.” Lo fecero sedere ad un tavolo, di fronte al capo e al cameraman.
Rasool chiese di essere fucilato prima di essere decapitato, per il bene della
sua famiglia. Ancora non ha idea del perché il capo di quel gruppo di ribelli
decise di risparmiargli la vita, quel giorno. Paragonò la situazione a quando
fu catturato e torturato dall’intelligence irachena nel 1993. “Non so perché,
ma
in casi come questo, io sfido paura e tortura.”
I ribelli, quindi, portarono Rasool in un altro luogo e offrirono il suo rilascio
in cambio di 50 mila dollari. Rasool racconta di avere contrattato con quegli
uomini la cifra del riscatto, fino ad accordarsi sulla cifra di 20 mila dollari,
che infine la sua famiglia fu in grado di pagare. Dopo il rilascio, la vita di
Rasool è cambiata drammaticamente. Il suo datore di lavoro ha promesso di trasferirlo
ad Erbil, un luogo più sicuro in quanto si trova nel nord del paese, sotto il
controllo dei curdi, ma non ha ancora mantenuto la sua promessa. Rasool confessa
che il rapimento
gli ha portato via sia il lavoro che la salute: “Da quel giorno, non ho più ricevuto
un salario, né sono stato rimborsato per le ferite riportate".
Comunque, nonostante le obiezioni della sua famiglia, Rasool è
impaziente di tornare al suo lavoro, anche se il rapimento gli ha
lasciato paure profonde. “Da quel momento, mi sento triste, solo e
isolato.”