
“Li hanno attaccati appena fuori dal villaggio di Kakwa, nei pressi di Kafe,
poco lontano dalla città di Bunia. Le poche informazioni che ci arrivano dalla
zona parlano di nove soldati morti, tutti di nazionalità bengale, e tra i quattro
e sei dispersi . Erano stati assegnati alla protezione dei campi per gli sfollati
che nelle ultime settimane hannolasciato le proprie abitazioni per sfuggire agli
scontri tra le bande di miliziani della zona. Sospettiamo si tratti dei miliziani Lendu che
controllano la zona
A parlare da Bunia è Modibo Traorè, portavoce del coordinamento degli affari
umanitari delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (Unocha-Drc).
Ieri mattina intorno alle 9 e 20 ora locale (8 e 20 italiane), alcuni uomini armati
non meglio identificati hanno teso un’imboscata a un plotone di
peacekeepers, uccidendone nove e ferendone almeno undici.
Un episodio grave, che conferma ulteriormente la crisi in cui sta nuovamente
sprofondando la regione dell’Ituri, teatro di una delle tante guerre dimenticate
dell’Africa e del mondo.
Bande di milizie assassine infestano la boscaglia, da dove partono scorribande
contro i villaggi e la popolazione civile, nel tentativo di controllare il territorio
e mettere le mani sulle innumerevoli risorse che costituiscono allo stesso tempo
la ricchezza e la dannazione di questa terra: oro, legno, diamanti, caffè è il
prezioso coltan, quello con cui viene creata gran parte della tecnologia moderna, compresi i
telefoni cellulari.

I gruppi ribelli al governo centrale di Kinshasa si fanno chiamare con sigle
che richiamano a nomi patriottici e ideologici, anche se di ideologico c’è ben
poco:
Unione dei Patrioti Congolesi (
Upc), guidati da Thomas Lubanga e composti principalmente da membri di etnia
Hema, che insieme ai loro alleati delle
Forze Armate del Popolo Congolese (
Fapc) e del
Partito dell’Unità e della Salvaguarida dell’Integrazione del Congo (
Pusic) combattono contro il fronte di
Integrazione Nazionale (
Fni) e il
Fronte Patriottico di Resistenza dell’Ituri, entrambi di etnia Lendu.
Ma nella boscaglia si annidano anche ex combattenti dell’Interahamwe, la milizia che undici anni fa fu protagonista nel genocidio ruandese, coordinando
centinaia di migliaia di assassinii e massacri.
A peggiorare il quadro generale di una situazione che rischia di precipitare
a ogni scontro, c’è il fatto che governo ruandese e quello ugandese appoggerebbero
alcuni gruppi, creando tensioni diplomatiche con il governo congolese.
L’elenco delle atrocità commesse dai miliziani è lungo e complesso: omicidi,
rapimenti, torture, violenze carnali. E la presenza dei 4800 caschi blu dell’Onu
può arginare solo in parte il fiume di sangue che da oltre sei anni scorre in
Ituri. Lo scorso anno, nella regione di Kivu, un battaglione dell’esercito regolare
composto da ex ribelli di etnia Banyamulenge si ammutinò, gettando la città di Bukavu nello scompiglio. Anche allora, i peacekeepers
sul luogo poterono fare ben poco.