02/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Antonio Riccardi, Garzanti editore, 2004

Il linguaggio dell’economia ci parla di cessata produzione, di fuga nel terziario, di enormi aree dove investire, costruire (speriamo poco) e creare parchi e spazi per i cittadini.
La lingua di un poeta ci ritorna echi di migliaia di voci, di misteri di vaste zone vicine al centro cittadino dove vivono ormai surreali animali leggendari, col ricordo della ranatoro negli ultimi acquitrini fine anni sessanta, un deserto attorno alle macerie degli  ultimi forni abitate  di notte da extracomunitari lontani da polizia e vigilanza.

<> E’ la storia in versi di Sesto San Giovanni quando era la Stalingrado d’Italia che dava lavoro a ventimila operai, la maggior parte pendolari delle valli bergamasche, bresciane, o delle pianure venete e più avanti agli emigrati dal Sud del paese.
 
Antonio Riccardi è un poeta già conosciuto per “ Il profitto domestico” Mondadori 1996, presente nella direzione di “ Nuovi Argomenti” e “ Letture”, curatore di saggi e di collane “ Oscar classici “. Con il volume “ Gli impianti del dovere e della guerra”, edito da Garzanti, rispolvera, con una fatica da archeologo, quella che era la moralità operaia del lavoro. E ci ricorda, col tempo che trascorre rapido, il tempo di allora regolato dalla sirena dei turni agli altiforni…” La sirena copriva la città col sacrificio. / A lungo ho sentito solo sentito/ la voce della sirena.”

E suo padre medico radiologo …” vedeva gli organi e le ossa/ degli uomini delle fabbriche.“
Vengono fuori i quattro grandi stabilimenti  Concordia, Unione, Vulcano e Vittoria, come navi ammiraglie di quella vasta flotta che era la Falk con i suoi satelliti.  E la Breda, dove si lavorava per la preparazione della guerra; “In fonderia si preparano le guerre. / Negli hangar di Breda e Falk / forni fusori elettrici e altoforni/ per colare in staffa,/ macchine di formatura e altri forni/ per la ricottura dei getti di fusione/ preparano carlinghe  e convogli/ per il fronte di guerra.”…

 
Per chi ci ha vissuto, i bagliori delle colate segnavano le notti della città e non c’era nebbia che potesse nasconderli e i rumori dei metalli cullavano la notte di chi poteva dormire perché alla Forgia: “assumevano 100 per averne 5 che rimanessero, perché era un posto terribile, la bolgia dei vivi…”

Lo stile dei versi alza il livello di un linguaggio che potrebbe facilmente  cadere nella parlata sindacale o nella ricerca storica. Epica è la materia  e va ricordata come una testimonianza da  trasmettere alle altre generazioni, quelle dei computer e dell’informatica, ed ecco gli ultimi operai dell’ultimo anno di produzione…”Sono già di là gli operai del Vittoria/ ultima squadra per la cerca tra i metalli/ nel bosco che buca la città/nell’ultimo anno di fabbrica./…Oh città- uno pensa- perdendo le tue rovine/ non resterà altra cosa…poi vedono volpi e cani scappare sul fondo/ del bosco catastale./

 
L’infanzia di Riccardi è nettamente divisa in due fra la città delle fabbriche e le colline parmensi da dove proveniva la sua famiglia e dove passava le estati. Più intime quindi  sono le poesie dedicate al ricordo del nonno, un dragone a cavallo che muore nella prima guerra mondiale, del padre che d’estate “ Con l’Alfa scendeva nell’oriente della pianura/ verso il dominio di Cattabiano:” e che “Veniva da Sesto con le bestie feroci/ il puma, le pantere, al fine settimana…” E “ La domenica tornava a Stalingrado / piegando al dovere la nostra fortuna./ Lo guardavo ripartire da sotto il castagno/senza pensare che forse non stava bene.”
 
C’è in queste ultime una minore plasticità e un minor distacco emotivo, non hanno e non possono avere la potenza dell’evocazione della città del ferro. I due mondi sono troppo differenti per compenetrarsi, hanno valenze diverse che incidono nettamente sul dettato.
Paolo Lezziero 

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