Il linguaggio dell’economia ci parla di cessata produzione, di fuga nel terziario,
di enormi aree dove investire, costruire (speriamo poco) e creare parchi e spazi
per i cittadini.
La lingua di un poeta ci ritorna echi di migliaia di voci, di misteri di vaste
zone vicine al centro cittadino dove vivono ormai surreali animali leggendari,
col ricordo della ranatoro negli ultimi acquitrini fine anni sessanta, un deserto
attorno alle macerie degli ultimi forni abitate di notte da extracomunitari
lontani da polizia e vigilanza.
<> E’ la storia in versi di Sesto San Giovanni quando era la Stalingrado d’Italia
che dava lavoro a ventimila operai, la maggior parte pendolari delle valli bergamasche,
bresciane, o delle pianure venete e più avanti agli emigrati dal Sud del paese.
Antonio Riccardi è un poeta già conosciuto per “ Il profitto domestico” Mondadori
1996, presente nella direzione di “ Nuovi Argomenti” e “ Letture”, curatore di
saggi e di collane “ Oscar classici “. Con il volume “ Gli impianti del dovere
e della guerra”, edito da Garzanti, rispolvera, con una fatica da archeologo,
quella che era la moralità operaia del lavoro. E ci ricorda, col tempo che trascorre
rapido, il tempo di allora regolato dalla sirena dei turni agli altiforni…” La
sirena copriva la città col sacrificio. / A lungo ho sentito solo sentito/ la
voce della sirena.”
E suo padre medico radiologo …” vedeva gli organi e le ossa/ degli uomini delle
fabbriche.“
Vengono fuori i quattro grandi stabilimenti Concordia,
Unione, Vulcano e Vittoria,
come navi ammiraglie di quella vasta flotta che era la Falk con i suoi
satelliti. E la Breda, dove si lavorava per la preparazione della
guerra; “In fonderia
si
preparano le guerre. / Negli hangar di Breda e Falk / forni fusori
elettrici e
altoforni/ per colare in staffa,/ macchine di formatura e altri forni/
per la
ricottura dei getti di fusione/ preparano carlinghe e convogli/
per il fronte
di guerra.”…
Per chi ci ha vissuto, i bagliori delle colate segnavano le notti della città
e non c’era nebbia che potesse nasconderli e i rumori dei metalli cullavano la
notte di chi poteva dormire perché alla Forgia: “assumevano 100 per averne 5 che
rimanessero, perché era un posto terribile, la bolgia dei vivi…”
Lo stile dei versi alza il livello di un linguaggio che potrebbe
facilmente cadere nella parlata sindacale o nella ricerca
storica. Epica è la materia e
va ricordata come una testimonianza da trasmettere alle altre
generazioni, quelle
dei computer e dell’informatica, ed ecco gli ultimi operai dell’ultimo
anno di
produzione…”Sono già di là gli operai del Vittoria/ ultima squadra per
la cerca
tra i metalli/ nel bosco che buca la città/nell’ultimo anno di
fabbrica./…Oh città-
uno pensa- perdendo le tue rovine/ non resterà altra cosa…poi vedono
volpi e cani
scappare sul fondo/ del bosco catastale./
L’infanzia di Riccardi è nettamente divisa in due fra la città delle fabbriche
e le colline parmensi da dove proveniva la sua famiglia e dove passava le estati.
Più intime quindi sono le poesie dedicate al ricordo del nonno, un dragone a
cavallo che muore nella prima guerra mondiale, del padre che d’estate “ Con l’Alfa
scendeva nell’oriente della pianura/ verso il dominio di Cattabiano:” e che “Veniva
da Sesto con le bestie feroci/ il puma, le pantere, al fine settimana…” E “ La
domenica tornava a Stalingrado / piegando al dovere la nostra fortuna./ Lo guardavo
ripartire da sotto il castagno/senza pensare che forse non stava bene.”
C’è in queste ultime una minore plasticità e un minor distacco emotivo, non hanno
e non possono avere la potenza dell’evocazione della città del ferro. I due mondi
sono troppo differenti per compenetrarsi, hanno valenze diverse che incidono nettamente
sul dettato.
Paolo Lezziero