Scappato dall’Egitto, oggi ha un’attività che procura lavoro anche a diversi italiani
Arrivò in Italia che aveva appena 19 anni, nel ’79, per sfuggire al
servizio militare. “Mio padre era un pilota militare” dice, “sapevo che cosa significa
stare nell’esercito, e della guerra non volevo neppure sentir parlare.
Perciò tagliai la corda e mi feci chiamare col soprannome di Oscar”. Da
studente di legge all’università del Cairo, Oscar Osama Fath El Bab in
poche settimane si trasformò in lavapiatti, aiuto-cuoco, cameriere,
insomma quello che capitava. E fu ovviamente durissima, all’inizio.
Oggi ha un’impresa di pulizie con quindici dipendenti, quattro dei
quali italiani, e ha creato una cooperativa per il lavoro interinale,
dove troviamo altri tre italiani.
Il primo lavoro fisso lo ottenne dopo due anni che era nel nostro
paese, in un’impresa di pulizie italiana. “Mi aiutarono moltissimo, in
quel posto, divenni presto caposquadra e nel ’90 avevo già la partita
Iva ed ero iscritto alla Camera di Commercio di Milano come lavoratore
autonomo. Poi cominciai a cercar di ricevere incarichi per le pulizie
di uffici, scuole, condomini”. E gli è andata piuttosto bene. Ha avuto
per anni, fra l’altro, gli appalti per le pulizie dei comuni di San
Donato, Melzo e Meda. Ad ogni incarico doveva assumere altre persone.
All’inizio erano in maggior parte italiani, poi, con le
regolarizzazioni, i dipendenti stranieri sono aumentati: sudamericani,
est-europei, marocchini ed egiziani. Ma Osama continuava a pensare in
grande e tre anni fa gli venne l’idea della cooperativa di lavoro
interinale, che si chiama Oscar Service: offre mano d’opera per la
pulizia, manutenzione, imbiancature, posa piastrelle e altri piccoli
lavori edili. “Ma facciamo anche trasporti leggeri e consegne a
domicilio. In futuro penso di poter far lavorare un numero crescente di
disoccupati per aziende che hanno necessità di personale saltuario, che
non si possono permettere assunzioni a tempo indeterminato”.
Mentre pensava al futuro, ha fatto anche i conti con il passato. E’
tornato al Cairo, si è sottoposto al processo per renitenza alla leva e
se l’è cavata con 5 mila dollari di multa. Ma anche ora che è tutto a
posto, a tornare in patria non ci pensa proprio. Oltretutto ha anche
una moglie italiana, di origine palermitana, che gli ha dato due figli.
“La mia vera vita è iniziata qui nel ’79, mi sento a casa, il mio
futuro è qui. In Egitto vado ogni tanto in vacanza, ma dopo una
settimana o due ho voglia di tornare a Milano. Ora è anche tutto più
facile di prima, persino con le banche, le quali a chi è in regola
rilasciano mutui senza troppe difficoltà, sono sicure che l’immigrato
riesce sempre a far fronte ai suoi impegni perché ha i parenti alle
spalle, quando acquista una casa lo fa in genere per la famiglia
allargata, e sono in tanti a lavorare. E’ più facile di prima anche
ottenere fidi per la propria impresa”.
L’attività è in crescita e il tempo in cui era difficile trovare il
credito sembra dunque lontano. Ma possibile che fili tutto così liscio?
“Qualche difficoltà con i clienti c’è, per essere sinceri. Con gli
extracomunitari tutti vogliono spendere meno, non capiscono che anch’io
vivo qui e ho le stesse spese, pago gli stessi contributi. E la spesa
non la faccio mica in Egitto. Ma il problema più grosso, in questo
momento, ce lo crea il fatto di essere islamici, si fatica a far capire
che questo terrorismo colpisce anche noi. Inutile negare che persiste
un certa diffidenza nei nostri confronti”.
Per dissiparla, purtroppo, non basta farsi chiamare Oscar.
Sergio Lotti