23/04/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Mobilitazione internazionale per commutare la pena di morte alla giovane artista iraniana. L'indignazione cresce anche nel Paese dei mullah

Scritto per noi da
Carlotta Salvatori

Due mesi, sessanta giorni di speranza. La mobilitazione internazionale a favore di Delara Darabi, la 23enne artista iraniana condannata a morte per un omicidio che avrebbe commesso da minorenne, è riuscita per ora a rimandare l'impiccagione.

delara darabiIl capo del sistema giudiziario iraniano, Mahmoud Hashemi Shahroudi, ha concesso il rinvio dell'esecuzione per trovare un accordo con la famiglia della vittima sulla base del Dieh (il prezzo del sangue). Arrivare a un accordo non sarà facile. Non tutti i figli di Mahin, la donna di 58 anni uccisa nel 2003, sono favorevoli a commutare la pena di morte in un ergastolo. Anche perché, dopo una prima ammissione, Delara ha ritrattato la sua confessione. Come ha raccontato dopo la condanna di primo grado, si era autoaccusata solo per evitare il patibolo al fidanzato, il vero assassino. Era convinta, sbagliando, che i suoi 17 anni le avrebbero risparmiato la condanna a morte. Grazie al rinvio, comunque, Delara può ancora disegnare i suoi incubi e colorare i suoi sogni in una piccola cella della prigione di Rasht, cittadina dell'Iran affacciata sul Mar Caspio. Un carcere dove rischia ora di essere mandato a morte Mohammad Ali Navid Khamami, condannato alla lapidazione per il reato di adulterio. Come rivelato dal network indipendente Iran Human Rights, a legare Delara e Ali non sono solamente le stesse sbarre, ma anche il giudice che ha segnato il destino di entrambi. Kashani: questo il cognome dello zelante uomo di legge che - in barba alle moratorie e alle convenzioni internazionali siglate dall'Iran per mettere fine alle lapidazioni e alla pena di morte per i minorenni - ha scelto per una il cappio, per l'altro le pietre.

la campagna per delaraE non si tratta della prima decisione di questo tipo, visto che nel marzo scorso un altro uomo, Vali Azad, è stato lapidato nella prigione di Rasht. Anche in questo caso, la sentenza era stata firmata da Kashani. Come per Delara, anche per Ali l'unico modo di fermare l'esecuzione è la mobilitazione. Per fortuna, sono sempre più le voci che si alzano per mettere fine alla lunga scia di morte che, anche nel 2009, porterà l'Iran ai primi posti per numero di condanne. Tra tutte, le più forti sono proprio quelle che provengono dall'Iran. Avvocati, giornalisti, attivisti e, soprattutto, donne. Rischiano molto: il regime non tollera critiche e, senza troppi scrupoli, ricorre al carcere per scoraggiare ogni fermento democratico. Nonostante la paura e le continue intimidazioni, Asieh Amini continua il suo lavoro. Giornalista e attivista per i diritti delle donne e dei minori, da tempo si occupa di pena di morte con articoli per la stampa e la televisione e non solo. Insieme a suo marito Javad Montazeri (il fotoreporter che ha realizzato gli scatti di Delara in carcere e dei suoi dipinti), la Amini lavora a stretto contatto con gli avvocati per la difesa dei condannati a morte. Proprio così ha conosciuto Delara. E' stata lei a rendere noto il caso della giovane artista. E' stata lei a far uscire i suoi dipinti dal carcere di Rasht e a organizzare, nell'autunno del 2006, una mostra a Teheran (poi arrivata in Europa grazie ad Amnesty International).
"Spero che il rinvio della condanna sia solo un primo passo. Noi lavoriamo per salvarle la vita" dice all'inizio della lunga intervista che ha concesso a PeaceReporter.

Come ha conosciuto Delara?
E' una lunga storia e riguarda il mio lavoro e le mie attività. Sono una giornalista e scrivo di donne e minorenni condannati a morte. Il mio interesse non si ferma alla scrittura: cerco di aiutare queste persone in ogni modo possibile. Delara è proprio uno di questi casi che ho preso a cuore. Non la conoscevo prima della sua detenzione: l'ho incontrata soltanto due anni dopo l'assassinio. Sono andata a trovarla in prigione con il suo legale e la sua famiglia.

Lei ha organizzato la mostra delle opere di Delara a Teheran. Qual era lo scopo di questa iniziativa?
Sì, ho deciso di mostrare a tutti i suoi quadri. Quando li ho visti per la prima volta mi hanno capito e ho pensato che queste opere riuscissero a far parlare Delara molto meglio dei miei articoli. Ho deciso quindi di mettermi al lavoro per portare i dipinti fuori dal carcere e, insieme con il signor Golestan che dirige un'importante galleria di Teheran, abbiamo messo su la mostra. Quello che noi volevano era che i giudici, le persone normali e la famiglia della vittima ascoltassero la voce di Delara.

la famiglia di delara alla mostra per l'artistaE come ha reagito Delara alla sua intenzione organizzare una mostra?
Ricordo che quando l'ho vista in prigione era davvero depressa. Ma ha visto in questa mostra la possibilità di aprire una finestra. Una finestra verso la libertà. Mi ha detto: "Ho sempre sperato di diventare una poetessa o una pittrice famosa. Ora lo sono, ma dietro le sbarre". Poi ha deciso di scrivere una lettera per me, nella quale spiegava ai visitatori il significato della sua arte.

Nelle opere di Delara sono frequenti simboli di prigionia (sbarre e muri) e di morte (sangue e cappio). L'artista ha cercato di far conoscere la sua disperazione attraverso la pittura?
Non esattamente. Quando ha iniziato a dipingere, Delara non aveva in mente che i quadri sarebbero poi stati esposti. Dipingeva perché è un'artista ed era quello l'unico modo di reagire alla situazione che aveva di fronte. Era appena stata condannata a morte e il suo ragazzo le aveva spezzato il cuore. Si sentiva terribilmente sola e ha cercato rifugio nell'unica cosa che la faceva sentire bene: le tele e i colori. Usare i quadri per raccontare la sua storia è stata solo una mia idea ed è arrivata dopo. Penso davvero che i dipinti siano come tessere di un puzzle: ogni pezzetto racconta una parte della storia di Delara.

Delara, una giovane artista condannata a morte per un reato che avrebbe commesso da minorenne. Pensa che tutta questa vicenda possa spiegare, in qualche modo, la condizione delle donne in Iran?
Penso che la situazione delle donne nel mio paese dipenda da molti fattori. Una storia, per quanto sia importante, non può modificare le leggi, le strutture sociali, le regole familiari. Ciò nonostante, in quanto donna e giornalista, non posso che scrivere storie e invitare le persone a leggerle e rifletterci su. Questo è l'unico modo che ho trovato per stimolare il cambiamento.

La decisione di organizzare la mostra è stata coraggiosa. Una sfida aperta al regime dei mullah che tenta di soffocare la voce dei più deboli. Cosa può fare l'opinione pubblica occidentale per salvare la vita di Delara?
La risposta a questa domanda è davvero difficile. Io penso che ogni piccolo cambiamento in positivo sia determinato dall'opinione pubblica. E che l'opinione pubblica, a sua volta, possa influenzare le decisioni più importanti di ogni paese. E questo può avvenire in Iran come altrove.

 

Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Iran