stampa
invia
scritto per noi da
Alessandro Ursic
Qualche mese fa le ha mandate al largo della Somalia, poi le ha usate per cacciare in malo modo una nave spia americana che gironzolava intorno alle sue acque territoriali, infine ha fatto capire di volerne costruire di nuove. Oggi, le sue navi la Cina le ha esibite con orgoglio, nel sessantesimo anniversario della creazione della Marina dell'Esercito popolare di liberazione. Un'occasione per stupire le decine di leader militari stranieri presenti, ribadendo il messaggio che Pechino è pronta per un maggiore ruolo sul piano internazionale.
All'esibizione, tenutasi nella città nord-orientale di Qingdao, hanno preso parte 25 navi e 31 aerei militari cinesi: tra questi, due sottomarini a propulsione nucleare nuovi di zecca, e mai presentati in pubblico finora. Alla cerimonia hanno partecipato anche delegati di 14 nazioni, tra cui Stati Uniti, Francia e Russia, presenti con un loro vascello di rappresentanza. L'evento è stato seguito sul posto - e ripreso ampiamente dai media statali - da una folla di cinesi festanti, orgogliosi della prova di forza da parte della loro Marina.
Le autorità cinesi hanno ripetuto che la parata navale è un tentativo di promuovere una migliore comprensione dello sviluppo militare di Pechino, che da quasi un decennio aumenta le sue spese per le forze armate a tassi annui in doppia cifra (per il prossimo anno la crescita sarà del 14,9 percento). Seguendo ancora le disposizioni di Deng Xiaoping, la Cina cerca costantemente di non essere percepita come una forza aggressiva sulla scena internazionale, e le dichiarazioni relative alla cerimonia odierna si attengono a questa linea.
"I sospetti sulla Cina che diventa una 'minaccia' alla sicurezza mondiale nascono principalmente da una mancanza di conoscenza del nostro Paese", ha detto la settimana scorsa Ding Yiping, vice comandante della Marina di Pechino. Il presidente Hu Jintao, da parte sua, ha assicurato che "sia ora sia in futuro, indipendentemente dal nostro sviluppo, la Cina non cercherà mai l'egemonia". La stessa agenzia Xinhua, veicolo della propaganda statale, in un editoriale ha scritto che "la Cina non costruirà una flotta di attacco che navighi il globo, ma si concentrerà sulle aree limitrofe alle sue coste. La natura difensiva della strategia navale non cambierà, anche se in futuro la Marina verrà modernizzata". E lo sarà di sicuro: nelle settimane scorse, un alto comandante ha ventilato per la prima volta l'intenzione di costruire la prima portaerei cinese. Gli Stati Uniti ne hanno 13; ma secondo alcuni esperti, con i recenti miglioramenti la flotta di Pechino è già diventata la più dotata in Asia in termini di tonnellaggio, superando il Giappone.
Ma nonostante le rassicurazioni ufficiali, intorno alle ambizioni di Pechino in molti rimangono diffidenti: un po' perché è nello stile del Partito minimizzare qualsiasi fonte di tensione, un po' perché è difficile credere che un Paese con un tale potenziale si accontenti in eterno di rimanere nei ranghi. Negli ultimi mesi, inoltre, le autorità cinesi hanno assunto un atteggiamento più deciso, sia sul piano militare sia su quello economico: dall'invio di alcune navi nel golfo di Aden nell'ambito di una missione internazionale contro la pirateria, alle prese di posizione sul possesso delle isole Spratly nel Mar della Cina meridionale, all'idea secondo cui il dollaro dovrebbe essere rimpiazzato da un paniere di monete come valuta di riferimento. E' per questo che, anche se manterrà la parola di non diventare mai una potenza di aggressione, la Cina continuerà a essere monitorata attentamente dal resto del mondo, pronto a coglierla in fallo per dimostrare che i sospetti erano fondati.