21/01/2004
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Stanno per essere rilasciati dal carcere di Shebargan centinaia di talebani
I parenti dei detenuti stanno arrivando a Shebargan a centinaia. Sono
partiti lunedì dai loro villaggi nell'Afghanistan meridionale subito
dopo il discorso con cui il presidente Hamid Karzai ha annunciato
per i prossimi giorni la scarcerazione di 3-400 prigionieri di guerra
talebani di nazionalità afgana. Non si tratta di detenuti qualsiasi,
perché Shebargan non è un carcere qualunque.
Questo carcere nel deserto di Dasht-i Layli, nell’estremo nord
dell’Afghanistan, a poche decine di chilometri dai confini con
Uzbekistan e Turkmenistan, è stato teatro alla fine del 2001 della più
orrenda pagina della guerra degli Stati Uniti contro il regime dei
talebani. I circa 950 detenuti di Shebargan, metà afgani e metà
pachistani, sono i sopravvissuti di una strage di almeno 2.500
prigionieri perpetrata dalle feroci milizie uzbeche del generale Abdul
Rashid Dostum, oggi membro del governo Karzai e ai tempi alleato degli
Stati Uniti. Un crimine di guerra sul quale gli americani fecero
qualcosa di più che chiudere un occhio, prendendovi parte con le
proprie forze militari e soprattutto con i consiglieri dell’Fbi e della
Cia che affiancavano i comandanti del Jumbesh-i Milli, la formazione
politico-militare uzbeca di Dostum.
Era passato un mese e mezzo dalle stragi dell’11 settembre 2001 e la
guerra Usa in Afghanistan era già praticamente vinta. Kabul era caduta
da un paio di settimane, ma nel nord i talebani resistevano ancora. La
battaglia di Kunduz, a inizio dicembre, fu la Waterloo dei regime del
mullah Omar. Dopo giorni e giorni di violentissimi bombardamenti Usa e
combattimenti con gli uzbechi dell’Alleanza del Nord, circa seimila
combattenti talebani, afgani, pachistani, ‘arabi’ e ceceni, si
arresero.
Alcune centinaia vennero portati nella fortezza del generale Dostum,
Qala-i Janghi, una ventina di chilometri fuori da Mazar-i Sharif. Già
questi fecero una brutta fine nella famosa ‘rivolta spontanea’: i
guardiani uzbechi e i soldati dei corpi speciali Usa li massacrarono;
poi intervenne l’aviazione (le ‘mitragliere volanti’ Ac-130 e gli
elicotteri Black Hawk) a finire il lavoro.
Ma una sorte ancor peggiore toccò al grosso dei combattenti arresi.
Vennero stipati e sigillati, trecento alla volta, in container
d’acciaio, sui quali iniziarono un viaggio di tre giorni verso il
carcere di Shebargan. In almeno 2.500 non ci arrivarono mai.
Morirono
soffocati o di sete durante il trasporto, e molti altri vennero
fucilati in massa. Montagne di cadaveri che vennero poi buttati in f
osse comuni nel deserto appena fuori Shebargan. Fosse scoperte solo
molti mesi dopo perché sopra sono state create discariche di rifiuti
per mascherare il fetore dei copri in decomposizione. Ma anche perché
quelli che sapevano non hanno parlato in seguito alle minacce subite ad
opera degli uomini di Dostum, rimasto successivamente signore di queste
regioni.
I prigionieri che arrivarono a destinazione nel carcere di Shebargan,
quasi tremila, forse hanno rimpianto di non aver fatto la stessa fine
dei loro compagni. Le condizioni di detenzione erano, soprattutto
all’inizio, tremende, disumane. In celle costruite per cinque persone
ne venivano stipate quaranta. Non si potevano mai sedere: sempre in
piedi con le mani legate dietro la schiena. Le razioni di acqua e cibo,
che la Croce Rossa fornì solo per alcuni mesi, non bastavano. La
denutrizione e la sete uccisero decine di prigionieri. Molti di quelli
successivamente rilasciati non riuscivano nemmeno più a deglutire da
quanto erano disabituati ad ingoiare cibo. Le malattie dilagavano e
uccidevano: scabbia, malaria, febbre, patologie respiratorie. E poi le
violenze fisiche: quelle non mancavano per nessuno.
Non è un caso che ad accogliere gli scarcerati di Shebargan non ci
siano solo le loro famiglie, ma anche gli infermieri di
Emergency ( che nel carcere ha aperto un ambulatorio nel 2002
), pronti a prestare le prime cure a detenuti malati ed anziani.
Enrico Piovesana