21/01/2004
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La regione tra Iraq, Turchia, Armenia e Iran è vicina ad una nuova crisi
scritto per noi da
Rawon
I soldati statunitensi arrivano di corsa, accompagnati da un gruppo di
uomini della nuova polizia che qui ad Erbil, nel cuore del Kurdistan,
vengono chiamati non molto affettuosamente gli iracheni.
Arrivano di corsa per chiudere un ristorante.
Non per motivi di igiene o di frode fiscale, qui non usa. La colpa del
gestore è, semplicemente, aver affisso un cartello scritto in curdo che
diceva: “ristorante del Kurdistan”.
Vietato nominare il Kurdistan, dicono invece gli statunitensi e gli iracheni .
I due partiti curdi che attualmente si spartiscono il potere nel
Kurdistan irakeno, hanno deciso di velocizzare il processo di
unificazione dei loro governi. Sia il partito di riferimento di Jalal
Talabani, l'Upk, che il partito di Massoud Barzani, il Pdk, hanno
stipulato accordi che dovrebbero portare, sembra in tempi molto brevi,
ad un unico governo curdo per questa regione.
Le ragioni di questa spinta in avanti vanno ricercate nelle richieste
che provengono da altre parti dell’Iraq e soprattutto dalle forti
pressioni interne della popolazione curda. Che concorda con la proposta
di una federazione che mantenga per il Kurdistan uno stato autonomo e
indipendente con propri confini, propri soldati e governo.
Fonti vicine ad Ali al Sistani, il leader sciita in questo momento più
influente, dicono che anche agli sciiti un'ipotesi del genere non
dispiacerebbe. I dirigenti curdi hanno capito che l’unica possibilità
di evitare una nuova crisi militare che coinvolgerebbe anche la Turchia
è quella di unificare la diaspora in atto da anni, che si manifesta con
una sorta di parlamento unico ma con due distinti governi, quello di
Erbil e quello di Suleimania.
E mentre nel resto dell'Iraq sembra montare la protesta da parte della
maggioranza sciita, che chiede libere elezioni il più presto possibile,
i turchi non stanno a guardare. Pochi giorni fa un influente generale
dell’esercito turco ha affermato che se i curdi decideranno per una
sorta di autonomia “scorrerà molto sangue”.
Ma i giochi sembrano fatti. Fonti vicine alla dirigenza curda
sostengono che il governo prenderebbe sede a Erbil, all’Upk andrebbero
il primo ministro, sei ministri e il vice presidente del parlamento. Al
Pdk il vice primoministro, quattro ministri e il presidente del
parlamento. Tra i ministeri Upk potrebbe esserci quello della sanità.
Altri andrebbero alle minoranze turcomanne e assire. Rimarrebbe da
risolvere il nodo di Kirkuk, attualmente irachena anche se retta da un
governatore nominato dai curdi.
Cosa succederà se i curdi uniranno i loro due governi? A chi andrà la
città di Kirkuk, fonte da sola di quasi la metà del petrolio
iracheno?