22/04/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Nell'ultimo mese le Borse sono salite prepotentemente. E si moltiplicano le voci secondo cui il peggio è alle spalle

scritto per noi da
Alessandro Ursic

 

Ci siamo ancora dentro fino al collo, ci stiamo uscendo; i "derivati tossici" ci sommergeranno per anni a venire, gli incentivi e le misure straordinarie di governi e Banche centrali hanno impedito l'allargarsi del contagio; sarà come l'interminabile recessione giapponese, l'America è diversa; Cina e India ci salveranno con la loro crescita, contano ancora troppo poco per tirarci fuori dal pantano. Sulla crisi economica mondiale, si sentono da mesi opinioni talmente discordanti da essere opposte. Nel giro di un anno si è passati dalle paure di "fine del mondo finanziario" ai primi bagliori di una graduale ripresa prima del previsto. In tale marasma, dove anche i numeri possono essere interpretati come si vuole, ognuno può vederci quello che preferisce: strategie globali per manovrare l'andamento dei mercati, speranzose profezie, o semplicemente molta confusione. Comunque sia, la prudenza nelle conclusioni è d'obbligo, perché l'incertezza continua a regnare.

A inizio marzo, le Borse mondiali hanno toccato minimi che in alcuni casi - il Dow Jones o gli indici di Milano - le hanno riportate a livelli di dodici anni fa. Le banche, si diceva, stavano occultando il vero impatto degli asset-spazzatura nei loro bilanci, e c'era il rischio che i Paesi dell'Europa dell'est fallissero uno dopo l'altro, trascinando con loro il sistema bancario europeo. Il piano di salvataggio economico dell'amministrazione Obama era giudicato insufficiente. Il mercato dell'auto era fermo, il crollo delle esportazioni mondiali certificava la crisi dei consumi, i disoccupati salivano in tutto il mondo, in un grande circolo vizioso. Alle soglie del panico generalizzato, è bastato che - una dopo l'altra - le banche americane riportassero timidi utili nell'ultimo trimestre, per invertire la rotta.

Nell'ultimo mese e mezzo le Borse sono tornate a salire in modo impetuoso, con rialzi tra il 25 e il 45 percento. D'improvviso, nessuno parlava più di quello che non andava fino a due giorni prima. Le notizie positive si moltiplicavano: c'erano i primi segnali di una stabilizzazione del mercato immobiliare statunitense, negli Usa e in Cina si iniziavano a vedere gli effetti dei piani governativi di stimolo all'economia, le esportazioni continuavano a calare ma a una velocità minore, al vertice del G20 i potenti si accordavano per chiudere qualsiasi falla si fosse aperta. Gli "esperti" che fino a una settimana prevedevano tempesta iniziavano a chiedersi se il fondo fosse già stato toccato. I media si sono accodati: è proprio in marzo che la Cnn, nei suoi programmi di approndimento sull'economia, ha cambiato il suo slogan da "America in recession" a "Road to recovery", la strada verso la ripresa.

Per carità: le notizie positive sono state certificate da governi e autorità monetarie, non solo da analisti con un occhio al mercato e l'altro agli interessi di chi li paga. La Federal Reserve crede che l'economia statunitense possa stabilizzarsi nella seconda metà dell'anno, e da lì lentamente ripartire. Il premier cinese Wen Jiabao ha appena dichiarato che il piano da 4.000 miliardi di yuan (453 miliardi di euro) sta producendo "risultati migliori del previsto". Considerando il fatto che di solito le Borse anticipano i movimenti dell'economia, i recenti rialzi riflettono questi primi segnali di ottimismo: se davvero si sta per invertire la marcia, gli investitori non vogliono rimanere indietro proprio ora.

Ma attenzione a non cantare vittoria troppo presto, contro "la più grande crisi dopo quella del 1929". Gli utili registrati da banche sull'orlo del collasso appaiono in bilancio anche grazie a sotterfugi contabili, che in sostanza hanno trasferito le perdite sui trimestri passati. E anche se istituti come Citigroup o Bank of America - tenuti in vita solo grazie all'intervento di Washington - stanno davvero ritornando a produrre profitti, la questione della loro solvibilità non è per niente accantonata: la vera entità dei titoli tossici nei loro portafogli non è stata ancora chiarita, e mezzo sistema bancario potrebbe in sostanza avere bisogno per anni del sostegno governativo, con ricadute sull'indebitamento pubblico. Il mercato immobiliare americano - la cui bolla è stata all'origine della crisi - dà segnali contrastanti: in zone dove è già sprofondato ci sono segnali di stabilizzazione, in aree che hanno sofferto meno però i prezzi stanno ancora scendendo. Negli Usa i disoccupati continuano a salire, impedendo qualsiasi ripresa dei consumi.

Meno peggio di prima, insomma, non significa necessariamente che d'ora in poi andrà tutto bene. Un primo segnale che forse il recente ottimismo era prematuro è arrivato lunedì 20 aprile, con forti cali nelle Borse di tutto il mondo; ma non è da escludere che si sia trattato solo di un'ondata di vendite per monetizzare i guadagni a due cifre da marzo a oggi. Difficile da dire: l'unica certezza è che, se davvero il fondo lo abbiamo toccato un mese fa, i comuni mortali lo capiranno quando ormai i grandi investitori avranno realizzato profitti miliardari. Comprando, quando ogni giorno ci dicevano che il mondo stava per crollare.