20/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo chiamano ‘la nuova via della seta’
KhaishiKhaishi è una poverissima comunità di pastori nel cuore della Georgia. Centotrenta famiglie in tutto che sopravvivono a stento portando al pascolo le loro mucche sui terreni aridi e pietrosi che appartengono all’intera collettività. La vita di questa gente non è cambiata di molto negli ultimi secoli. Ma un giorno, pochi mesi fa, al villaggio è arrivata una lettera che avrebbe cambiato per sempre la storia di Khaishi. Dentro una busta con l’intestazione del tribunale del locale distretto, una comunicazione incredibile. La compagnia petrolifera britannica, Bp, informava gli abitanti del villaggio che sulle loro terre sarebbero passati i tubi dell’ oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan , che ciò richiedeva l’espropriazione di un corridoio di terra largo 44 metri. Per questo alla comunità sarebbero stati dati, a titolo di risarcimento, 330 mila dollari.

Oleodotto Una manna dal cielo per i poveri pastori di Khaishi. Dato che la terra è proprietà comune, la cifra andava suddivisa equamente e quindi a ogni famiglia sarebbero toccati più di 2.500 dollari. Una somma enorme in un paese in cui la metà della popolazione vive con 360 dollari all’anno; una vera fortuna in un villaggio povero come q uesto. Ma né le autorità distrettuali né, tantomeno, la Bp, sapevano che la terra era di proprietà collettiva. Così il capo-villaggio, cui spettava la gestione della faccenda, ha avuto buon gioco a presentare carte false, prendendo tutti i soldi per sé e per la sua famiglia e sparendo nel nulla. Gli abitanti del villaggio, disperati, hanno scritto ai tribunali e al governo, chiedendo che la Bp prendesse atto di quello che era accaduto e mandasse qualcuno al villaggio per rivedere la situazione. Ma l’unica risposta che hanno avuto è che a maggio la Bp inizierà lavori sui loro terreni. “Non lo permetteremo! Fermeremo i lavori e costringeremo la Bp ad ascoltarci. Metteremo i nostri bambini davanti ai loro bulldozer!”.

oleodotto Questa è solo una delle tante storie legate alla costruzione del mega-oleodotto da 3,5 miliardi di dollari che inglesi, americani ed europei (partecipa anche l'italiana Eni con finanziamneti Bancaintesa ) stanno costruendo attraverso la Georgia. E’ il progetto infrastrutturale più grande attualmente in corso al mondo. Lo chiamano ‘la nuova via della seta’. Sarà un tubo lungo 1.760 chilometri che dall’aprile 2005 porterà il petrolio del Mar Caspio dalle coste dell’Azerbaijan (Baku) fino a quelle turche (Ceyhan) e quindi ai mercati occidentali, attraverso il territorio georgiano, aggirando Russia e Iran. I lavori del tratto georgiano sono già molto avanti, e si prevede che per ottobre saranno terminati.

Ma il ‘Btc’ (dalle sigle delle città Baku, Tblisi e Ceyhan) sta provocando molti problemi. Di casi come quello del villaggio di Khaishi ne sono stati segnalati a centinaia. Ai georgiani sono stati promessi soldi per le terre e posti di lavoro nei cantieri: si parlava di almeno 60 mila assunzioni. Però il denaro finisce sempre chissà dove e i posti di lavoro finora sono stati solo 20mila e i cantieri sono quasi tutti aperti. Inoltre è già stato annunciato che alla fine dei lavori tutti verranno mandati a casa, tranne un centinaio di tecnici locali. Le proteste contro l’oleodotto stanno dilagando in tutto il paese.

Barzhomi A tutto ciò si aggiunge la protesta degli ambientalisti, che si oppongono al passaggio dell’oleodotto nella riserva naturale di Barzhomi, una delle principali attrattive turistiche nazionali, oltre che sede delle sorgenti dell’acqua minerale Barzhomi, terza voce nell’export georgiano. Ma il governo e la Bp sono irremovibili. I tubi passeranno da lì perché l’itinerario alternativo non è praticabile per motivi politici. La rotta naturale passava infatti molto più a sud, nella regione di Akhalkalaki, abitata dalla minoranza separatista e filo-russa degli armeni, e ritenuta quindi poco sicura. Anche perché qui c’è una delle due basi militari russe in Georgia e non si sa mai, visti i rapporti sempre più tesi tra Mosca e il nuovo presidente georgiano, il filo-americano Mikhael Saakashvili.

Soldati usa Peccato che questa tensione sia originata proprio dal progetto Btc, sgradito al Cremlino non solo perché così la Russia viene parzialmente tagliata fuori dallo sfruttamento del petrolio caspico, ma anche perché gli Stati Uniti, con la scusa di proteggere l’oleodotto e di addestrare l’esercito georgiano alla lotta anti-terrorismo, stanno cercando di sostituirsi alla Russia anche in termini di protezione e presenza militare. Nelle ultime settimane il governo georgiano, su pressione di Washington, sta chiedendo la chiusura delle basi russe. Ma Mosca ha risposto con un secco ‘niet’. Gli ambienti più oltranzisti della politica georgiana, come il nazionalista Nodar Nataze, hanno allora minacciato atti di sabotaggio contro le basi. La reazione del Cremlino è stata rabbiosa, e lo scorso 13 gennaio l’ambasciatore georgiano a Mosca è stato convocato dal ministro degli Esteri russo Sergeij Ivanov. E sabato, un altro colpo di scena: il rappresentante statunitense a Tbilisi ha annunciato a sorpresa che i marines di stanza in Georgia per addestrare l’esercito locale non se ne andranno via a marzo, come previsto, ma rimarranno a tempo indeterminato, stanziandosi nell’ex base dell’Armata Rossa di Krtsanisi, appena fuori dalla capitale. Mosca non ha ancora commentato.

Ad aumentare ulteriormente la tensione tra Russia e Georgia c'è ora anche la questione dell'Ajaria, regione gerogiana a maggioranza islamica sulle coste del Mar Nero, governata da Aslan Abashidze, un autocrate filo-russo che, con il sostegno del Cremlino, ha creato uno Stato nello Stato, una dittatura personale contrapposta al governo di Tbilisi. Nella 'capitale' dell'Ajaria, Batumi, si trova l'altra grande base militare russa in territorio gerogiano. Abashidze ha definito la 'rivoluzione delle rose' di novembre e l'avvento al potere del nuovo presidente georgiano, il filo-americano Mikhail Saakashvili, come un 'colpo di Stato', dichiarando lo stato d'emergenza per reprimere le proteste degli studenti ajari del movimento Kmara che invece simpatizzano con Saakashvili e chiedono le dimissioni dell'antidemocratico Abashidze. Proprio ieri il ministro russo Ivanov ha apertmanete accusato il governo georgiano di fomentare le proteste di Kmara e di smettere, minacciando in caso contrario 'serie conseguenze' per Tbilisi. Solitamente, come strumento di pressione, la Russia taglia i rifornimenti energentici alla Georgia, lasciandola al buio e provocando gravi danni economici. Lo ha già fatto a dicembre. E ieri un black-out ha colpito tutto il Paese. Coincidenza? 

Enrico Piovesana
 
Categoria: Risorse
Luogo: Georgia
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