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Khaishi è una poverissima comunità di pastori nel cuore della Georgia.
Centotrenta famiglie in tutto che sopravvivono a stento portando al
pascolo le loro mucche sui terreni aridi e pietrosi che appartengono
all’intera collettività. La vita di questa gente non è cambiata di
molto negli ultimi secoli. Ma un giorno, pochi mesi fa, al villaggio è
arrivata una lettera che avrebbe cambiato per sempre la storia di
Khaishi. Dentro una busta con l’intestazione del tribunale del locale
distretto, una comunicazione incredibile. La compagnia petrolifera
britannica, Bp, informava gli abitanti del villaggio che sulle loro
terre sarebbero passati i tubi dell’ oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan ,
che ciò richiedeva l’espropriazione di un corridoio di terra largo 44
metri. Per questo alla comunità sarebbero stati dati, a titolo di
risarcimento, 330 mila dollari.
Una manna dal cielo per i poveri pastori di Khaishi. Dato che la terra
è proprietà comune, la cifra andava suddivisa equamente e quindi a ogni
famiglia sarebbero toccati più di 2.500 dollari. Una somma enorme in un
paese in cui la metà della popolazione vive con 360 dollari all’anno;
una vera fortuna in un villaggio povero come q uesto. Ma né le autorità
distrettuali né, tantomeno, la Bp, sapevano che la terra era di
proprietà collettiva. Così il capo-villaggio, cui spettava la gestione
della faccenda, ha avuto buon gioco a presentare carte false, prendendo
tutti i soldi per sé e per la sua famiglia e sparendo nel nulla. Gli
abitanti del villaggio, disperati, hanno scritto ai tribunali e al
governo, chiedendo che la Bp prendesse atto di quello che era accaduto
e mandasse qualcuno al villaggio per rivedere la situazione. Ma l’unica
risposta che hanno avuto è che a maggio la Bp inizierà lavori sui loro
terreni. “Non lo permetteremo! Fermeremo i lavori e costringeremo la Bp
ad ascoltarci. Metteremo i nostri bambini davanti ai loro bulldozer!”.
Questa è solo una delle tante storie legate alla costruzione del
mega-oleodotto da 3,5 miliardi di dollari che inglesi, americani ed
europei (partecipa anche l'italiana Eni con finanziamneti Bancaintesa )
stanno costruendo attraverso la Georgia. E’ il progetto
infrastrutturale più grande attualmente in corso al mondo. Lo chiamano
‘la nuova via della seta’. Sarà un tubo lungo 1.760 chilometri che
dall’aprile 2005 porterà il petrolio del Mar Caspio dalle coste
dell’Azerbaijan (Baku) fino a quelle turche (Ceyhan) e quindi ai
mercati occidentali, attraverso il territorio georgiano, aggirando
Russia e Iran. I lavori del tratto georgiano sono già molto avanti, e
si prevede che per ottobre saranno terminati.
A tutto ciò si aggiunge la protesta degli ambientalisti, che si
oppongono al passaggio dell’oleodotto nella riserva naturale di
Barzhomi, una delle principali attrattive turistiche nazionali, oltre
che sede delle sorgenti dell’acqua minerale Barzhomi, terza voce
nell’export georgiano. Ma il governo e la Bp sono irremovibili. I tubi
passeranno da lì perché l’itinerario alternativo non è praticabile per
motivi politici. La rotta naturale passava infatti molto più a sud,
nella regione di Akhalkalaki, abitata dalla minoranza separatista e
filo-russa degli armeni, e ritenuta quindi poco sicura. Anche perché
qui c’è una delle due basi militari russe in Georgia e non si sa mai,
visti i rapporti sempre più tesi tra Mosca e il nuovo presidente
georgiano, il filo-americano Mikhael Saakashvili.
Peccato che questa tensione sia originata proprio dal progetto Btc,
sgradito al Cremlino non solo perché così la Russia viene parzialmente
tagliata fuori dallo sfruttamento del petrolio caspico, ma anche perché
gli Stati Uniti, con la scusa di proteggere l’oleodotto e di addestrare
l’esercito georgiano alla lotta anti-terrorismo, stanno cercando di
sostituirsi alla Russia anche in termini di protezione e presenza
militare. Nelle ultime settimane il governo georgiano, su pressione di
Washington, sta chiedendo la chiusura delle basi russe. Ma Mosca ha
risposto con un secco ‘niet’. Gli ambienti più oltranzisti della
politica georgiana, come il nazionalista Nodar Nataze, hanno allora
minacciato atti di sabotaggio contro le basi. La reazione del Cremlino
è stata rabbiosa, e lo scorso 13 gennaio l’ambasciatore georgiano a
Mosca è stato convocato dal ministro degli Esteri russo Sergeij Ivanov.
E sabato, un altro colpo di scena: il rappresentante
statunitense a Tbilisi ha annunciato a sorpresa che i marines di
stanza in Georgia per addestrare l’esercito locale non se ne andranno
via a marzo, come previsto, ma rimarranno a tempo indeterminato,
stanziandosi nell’ex base dell’Armata Rossa di Krtsanisi, appena fuori
dalla capitale. Mosca non ha ancora commentato.