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Tutti contro Zuma. A un giorno dalle elezioni generali più importanti della storia del Sudafrica, come le hanno definite in molti, l'opposizione serra i ranghi e tenta una tardiva resistenza contro il leader dell'African National Congress (Anc), accreditato di almeno il 60 percento delle preferenze. Con la vittoria finale già assegnata, e onestamente mai in discussione, il vero obiettivo è impedire all'Anc di raggiungere i due terzi delle preferenze, traguardo che darebbe al partito la possibilità di modificare unilateralmente la Costituzione.
"Stop Zuma", è l'eloquente slogan della campagna lanciato dal sindaco di Città del Capo, Helen Zille, e leader della Democratic Alliance (Da), il partito che, stando agli ultimi sondaggi, dovrebbe ottenere il ruolo di primo oppositore dell'Anc. Difficilmente però un partito identificato dalla maggioranza della popolazione come esponente delle minoranze bianca e coloured riuscirà a ottenere significativi vantaggi rispetto alle scorse elezioni. Le speranze di cambiamento erano tutte affidate al Congress of the People (Cope), il partito di "dissidenti" dell'Anc creato dopo l'ultimo congresso di Polokwane, a fine 2007, ma autoaffossatosi a causa di una campagna elettorale all'insegna del risparmio e alle lotte interne, che hanno portato alla candidatura di uno sconosciuto reverendo, Mvume Dandala. Detto del costante declino dell'Inkhata Freedom Party (Ifp), accresciuto dal paziente lavorio ai fianchi di Zuma nel cuore della comunità Zulu per togliere voti al movimento di Buthelezi, le elezioni di domani rischiano di essere un "one man show".
Almeno il 60 percento delle preferenze e il controllo di otto governi provinciali su nove. Nonostante la defezione del Cope, identificato con la middle class di colore, l'Anc sembra più in forma che mai, grazie a una campagna che ha potuto contare su fondi rispettivamente cinque e dieci volte superiori a quelli di Da e Cope e alla sfida che ha pungolato i vertici del partito dopo la fuoriuscita dei "dissidenti" di Polokwane. Ma dopo la quarta vittoria in quattro elezioni dalla fine dell'apartheid, per l'Anc verranno i dolori: la recessione economica è arrivata anche in Sudafrica, provocando il taglio di migliaia di posti di lavoro in un Paese in cui la disoccupazione supera il venti per cento, e dove settori strategici come il tessile e il minerario fanno fatica a reggere il passo della concorrenza. E al di la dei suoi guai con la giustizia, Zuma è stato accusato proprio di non avere risposte chiare a una crisi mondiale che rischia di azzoppare il Paese prima dei Mondiali di calcio del prossimo anno.
Anche grazie alle numerose, e forse troppe, promesse di Zuma in campagna elettorale, i milioni di poveri che, incuranti delle carenze dimostrate dall'Anc in questi quindici anni, domani voteranno ancora per il "partito della libertà", si aspettano stavolta qualcosa di diverso. Al potere salirà infatti un uomo del popolo come loro, un ex pastore analfabeta che ha avuto il merito e la bravura di scalare in fretta i ranghi dell'Anc, e che ha saputo parlare alla gente comune come l'ex presidente Thabo Mbeki non è mai riuscito a fare. Da un uomo del genere, i residenti delle townships e di quelli che vengono eufemisticamente chiamati "insediamenti informali" attendono il rispetto di quei diritti di base (casa, acqua, lavoro) scritti nella Costituzione sudafricana del 1994, ma finora rimasti un'utopia per troppa gente. E mentre l'opposizione lancia grida di allarme, paragonando un Sudafrica con a capo Zuma allo Zimbabwe di Mugabe, da dopodomani, finalmente, l'uomo più discusso della recente storia del Paese potrà dimostrare di che pasta è fatto.
Matteo Fagotto