19/01/2004
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Cronache di guerra dalla provincia di Paktika
Le torrette di guardia della base Usa di Shkin ricordano quelle della
Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Come il
tenente Giovanni Drogo del libro, il suo parigrado Gary Holt guarda il
sole che sorge sull’immensa landa desolata di pietre e sabbia,
delimitata all’orizzonte da una corona di montagne al di là della quale
si estende il Pakistan. Siamo nella provincia di Paktika, nel sud-est
dell’Afghanistan, ultimo sperduto avamposto dell’infinita guerra
americana contro i talebani e i miliziani di Al-Qaeda. Questi sono i
nemici, invisibili ma presenti, contro cui combattono i soldati del
battaglione di fanteria ‘1-87’ della Decima Divisione di montagna
dell’esercito degli Stati Uniti. La base è stata impiantata in
un’antica fortezza afgana che sta in cima a un colle e che gli
americani hanno preso in affitto da un capo-tribù locale per cinquemila
dollari al mese.
In una fredda e luminosissima mattinata invernale di dicembre, mentre
ai piedi della base Usa il villaggio di case d’argilla inizia ad
animarsi di caminetti fumanti, uomini e carretti trainati dagli asini
che vanno al lavoro nei campi coperti dalla sottile nebbia mattutina,
una colonna di fuoristrada militari statunitensi parte per una missione
‘diplomatica’. Obiettivo: il villaggio di Gomal, qualche decina di chil
ometri a ovest. La colonna attraversa un paesaggio aspro e
affascinante, una distesa a perdita d’occhio di colline e guglie
rocciose rese arancioni dalla luce del sole. Nell’aria pungente l’odore
di ginepro dei cespugli, sola forma di vita vegetale in questo deserto.
Unico segno di presenza umana le pile di legna accatastata su cui
sventolano brandelli di stoffa. Sono le tradizionali sepolture dei
combattenti afgani.
Dal fuoristrada Humvee che apre la colonna, entrata in una stretta
vallata (luogo ideale per le imboscate), il sergente Mark McCalister
ordina ai suoi uomini di tenere sotto tiro le alture circostanti. Su
questa stessa strada un paio di settimane prima, un altro convoglio
formato da soldati statunitensi e afgani era caduto in un’imboscata dei
talebani appostati sulle colline. Da lì avevano riversato sulla colonna
di mezzi un inferno di raffiche di kalshnikov e di colpi di granate
Rpg. Dopo un violento combattimento durato oltre mezz’ora era
intervenuto un aereo A-10 Thunderbolt, che aveva messo in fuga gli
attaccanti martellandoli con la sua mitragliatrice rotante da 30
millimetri. Alla fine sul terreno erano rimasti diciotto talebani, due
agenti della Cia e due soldati dell’esercito afgano. Lungo la strada la
colonna ferma e perquisisce i pochi veicoli che incrocia: coloratissimi
autobus pachistani e pickup Toyota bianchi carichi di barbuti. Tutti
potenziali combattenti della resistenza talebana: sotto le loro ampie
tuniche tengono nascoste fucile e cartuccera, e se non sono armati
possono avere telefoni cellulari o radio con le quali comunicano gli
spostamenti dei militari Usa per organizzare un attacco.
A tarda sera, con il sole già basso, gli uomini della ‘1-87’ arrivano
nel villaggio di Gomal. E’ il più grande di questo distretto, ma in
realtà consiste in un poche case d’argilla. A dar loro il benvenuto è
un cammello legato davanti a un negozietto che vende solo banane e
biscotti, accanto a una pompa di benzina senza benzina. Il
colonnello Howard e i suoi ragazzi scendono dai fuoristrada, su cui
lasciano i fucili e l’elmetto. Salutano i capi villaggio e si siedono
per terra, in cerchio. I berretti di lana nera degli americani spiccano
tra i turbanti degli afgani. Il colonnello parla con l’aiuto di un
interprete, buttando subito sul tavolo una proposta di collaborazione
che inizialmente non suona molto amichevole. “Non lontano da qui, due
settimane fa, gente cattiva ci ha attaccato. Lo sapevate, vero?”. Gli
afgani annuiscono. “Loro erano lì e non ci avete avvertito!”. I volti
degli afgani si fanno tesi. “Voi - spiega il colonnello - ci
dovete dire quando la gente cattiva è nei paraggi. Noi non siamo come i
russi: non verremo qui a bombardare tutto. Abbiamo molti uomini e molte
bombe da usare, ma lo faremo solo contro la gente cattiva”.
Gli afgani rimangono in silenzio. Sanno che non è vero, sanno dei tanti
villaggi come il loro bombardati solo perché si diceva ospitassero un
talebano. Sanno che se anche non finiscono bombardati dagli americani,
i talebani si vendicherebbero per ogni ‘soffiata’, venendo al villaggio
il giorno dopo e uccidendo tutti. Perché correre questo richio, in
cambio di cosa? Un afgano prende la parola. “Quando c’erano i talebani
qui andava tutto bene”, come a mettere subito in chiaro che loro contro
i talebani non hanno nulla, e che quindi… “Noi vogliamo aiuto, abbiamo
bisogno di dottori, di una scuola”. Il colonnello Howard prende la
palla la balzo. “In cambio di informazioni noi vi daremo aiuti i
mmediati sotto forma di fornitura di cure mediche, qui o nel nostro
ospedale a Shkin, coperte e radio. Ovviante ogni informazione utile
verrà anche contraccambiata con una buona somma di denaro contante. E
poi, se continuerete ad aiutarci, vedrete che col tempo faremo sì che
il vostro villaggio si sviluppi come è accaduto per Shkin, dove ora c’è
un ospedale, molti negozi, quindi lavoro e soldi”. A questo punto il
capo-villaggio, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, prende
la parola. “Qui non ci sono talebani. Quelli che vi attaccano non
stanno da queste parti: vengono dal Pakistan”. Il colonnello risponde
tagliano corto. “Beh, se sapete che vengono da queste parti,
avvertiteci, capito?”. Gli afgani annuiscono. Poi tutti si alzano e si
salutano e gli americani se ne vanno via. Missione conclusa.
Pochi giorni dopo, in un’altra luminosa e fredda mattina, dalla base di
Shkin parte un nuovo convoglio di militari americani della ‘1-87’ e di
soldati dell’esercito afgano afgano, in direzione nord, verso il
distretto di Barmal. Una colonna consistente, composta da un centinaio
di uomini in tutto. Questa volta non si tratta di una missione
‘diplomatica’, ma di un giro di perlustrazione ‘provocatorio’, cioè
volto a fare uscire allo scoperto il nemico per poi colpirlo. “La
tattica è semplice – spiega il maggiore Tennis Sullivan –. In questo
tipo di missioni noi usciamo con una forza di uomini e mezzi calibrata
in maniera tale da non essere né troppo grande né troppo piccola,
secondo degli standard che abbiamo calcolato in base all’esperienza. Se
siamo troppi e troppo ben armati i talebani non ci attaccano, perché
loro agiscono solo se hanno la possibilità di far la franca. Se siamo
troppo pochi e male armati, loro attaccano ma noi ci lasciamo le penne.
L’importante è attirarli e riuscire a resistere finché arrivano i
rinforzi. Poi ci pensano loro. Mesi e mesi di esperienza ci insegnano
che questo è l’unico modo che abbiamo per combatterli. Noi dobbiamo
andare a cercare il ‘contatto’ con il nemico, ma io voglio anche
portare a casa i miei ragazzi”.
Quel giorno di metà dicembre va proprio così. Mentre la testa della
colonna sta uscendo da un piccolo canyon, la coda viene attaccata a
copi di mitragliatrice e granate. Sei veicoli rimangono bloccati e
vengono abbandonati dai soldati che si rifugiano sotto le pareti di
roccia sul bordo della strada rispondendo al fuoco. Dalla testa della
colonna intervengono gli uomini della compagnia ‘Bravo’ sparando
granate contro gli attaccanti con i cannoni piazzati sui loro
fuoristrada Humvee. Dopo circa mezz’ora di battaglia, due
caccia-bombardieri F-16 sbucano dal nulla sfrecciando a bassa quota e
scaricando due bombe da 500 libre. Dopodiché, cala il silenzio. Gli
uomini della ‘1-87’ corrono sui mezzi non danneggiati ed escono dal
canyon raggiungendo gli altri. Contemporaneamente arrivano sul posto
due elicotteri Apache che aprono il fuoco delle mitragliatrici c ontro
i nemici superstiti in fuga e poi tirano un razzo contro una capanna di
fango poco distante, probabile rifugio dei fuggitivi, polverizzandola.
Sempre coperti dagli elicotteri, gli uomini della compagnia ‘Bravo’ si
lanciano alla caccia degli eventuali superstiti in fuga, catturandone
tre che si erano nascosti in una casa d’argilla poco lontano, un
nascondiglio pieno di viveri e sacchi a pelo. Missione conclusa.
Nei giorni successivi, sul villaggio di Gomal (quello della ‘visita
diplomatica’) e su tutti gli altri villaggi della provincia di Paktika
gli aerei americani sganciano migliaia di volantini con su scritto un
messaggio chiaro: “Smettete di sostenere i talebani che combattono
contro le forze della Coalizione, altrimenti proverete la forza delle
nostre armi letali”.
Enrico Piovesana