L'esercito filippino continua a bombardare la piccola isola a sud delle Filippine
“La situazione nell’isola di Jolo è precaria. Le forze
armate filippine (Afp) stanno
continuando l’offensiva contro i ribelli
musulmani”. A parlare è un abitante - che ha chiesto di restare anonimo - di
Jolo City, capitale dell’isola omonima nell’arcipelago di Sulu, estremo sud
delle Filippine. Qui, dal 6 febbraio scorso, l’Afp ha lanciato un’offensiva
contro il gruppo guerrigliero di Abu Sayyaf, a cui si sarebbero aggiunti –
sempre secondo fonti dell’Esercito – alcuni membri del Fronte
di liberazione nazionale Moro (Mnlf), fondato dal carismatico Misuari, oggi in
prigione. Il Mnlf ha firmato un accordo di cessate il fuoco con Manila nel
lontano 1996, ma alcuni suoi seguaci non si sarebbero arresi. “Alcuni esponenti
dell’esecutivo e dell’esercito hanno detto che lo stesso Misuari avrebbe dato
ai suoi fedelissimi l’ordine di attaccare utilizzando il cellulare, una
possibilità che sembra fantascientifica”, spiega Dario Sbrocca, operatore
umanitario di Movimondo a Cotabato, nell’isola meridionale di Mindanao. A
Mindanao e Sulu, regioni a maggioranza musulmana in un Paese prevalentemente
cattolico, gli insorti musulmani combattono contro l’Afp dai primi anni
Settanta.
Colpiti i civili. L’uomo prosegue nel suo racconto: “I
militari pensano di poter fermare i ribelli solo attraverso azioni armate che
spesso vanno a colpire i civili. Domenica scorsa hanno massacrato un’intera
famiglia nella città di Indanan: padre, madre e figlia adolescente. La maggior
parte delle persone a Sulu (95 per cento degli abitanti) sono musulmani e
spesso le forze filippine sparano in modo indiscriminato contro la popolazione.
Gli scontri si consumano sia nei villaggi sia nelle piantagioni dove lavorano
molti contadini”. Altre fonti locali, che non possono essere citate per ragioni
di sicurezza, dichiarano: “I bombardamenti dell’aviazione continuano. Folle di
civili cercano di fuggire. Il cibo scarseggia soprattutto nelle campagne e i
bambini sono i primi a soffrirne". Secondo il Social welfare department (Swd)
e la Croce Rossa Internazionale gli sfollati sono circa 25mila. Mentre non ci
sono notizie
precise sul numero delle vittime tra soldati e ribelli. A soccorrere i profughi,
in gran parte contadini, ci sono solo l’Swd e la Croce Rossa Internazionale. Le
stesse fonti aggiungono: “Purtroppo non si parla di cessate il fuoco: L’Afp è
in grado di combattere per molti mesi ancora”. Il residente a Jolo è d’accordo: “I militari
hanno preso il controllo ormai di tutta l’isola e approfittano di questa
situazione per continuare a prendere soldi: il Governo sta infatti discutendo
lo stanziamento di nuovi fondi destinati all’Esercito nel 2005”.
Il rischio di un allargamento del conflitto. Intanto cresce il timore che la guerra di
Jolo possa scatenare di nuovo violenze in alcune province di Mindanao, l’altro
fronte aperto nel sud. In questo conflitto di attacchi e rappresaglie continui,
il 15 febbraio Abu Sayyaf ha rivendicato tre attentati nelle città di Manila,
General
Santos e Davao. Undici i morti e oltre 150 i feriti. La nostra fonte esprime
grande preoccupazione: “Di notte sentiamo gli aerei militari volare sopra le
nostre case. Sembra che i soldati non possano essere fermati in alcun modo. Il
governo, d’altra parte non ha deciso di arrestare l’offensiva e gli americani
continuano ad addestrare le truppe filippine. Sogniamo la pace, ma ci
illudiamo. L’Afp occupa Sulu e alcune zone di Mindanao dal 1972, quando il
dittatore Marcos impose la legge marziale”.
Il Mnlf venne fondato nel 1969 proprio in
risposta alla politica repressiva del presidente Marcos e alla ‘nuova
colonizzazione’, in base alla quale le autorità espropriavano le terre ai
musulmani nelle isole meridionali di Mindanao, Sulu, Tawi Tawi, Basilan. Alla
guida del movimento c’era Nur Misuari, intellettuale che aveva studiato
all’estero. La legge marziale durò dal 1972 al 1981. In seguito, dopo la
cacciata di Marcos (1986) e la salita al potere di Corazon Equino, il governo
adotta un approccio più morbido. Fino a quando, nel ’96 il presidente Fidel
Ramos sigla gli accordi di pace con l’MNLF e permette la creazione della
Regione autonoma musulmana di Mindanao (Armm). Intanto però si sono formati
altri gruppi ribelli: Il Fronte islamico di liberazione Moro (Milf), costituito
da fuoriusciti dell’Mnlf; l’Abu Sayyaf con origini poco chiare e formato da
poche centinaia di uomini. Si dice che in quest’ultimo si sarebbero infiltrati
anche membri della polizia e dell’esercito per tenere vivo lo spettro del
terrorismo islamico e legittimare la mano dura del governo. Abu Sayyaf
recluterebbe ribelli tra gli strati più poveri della popolazione. Negli ultimi
anni ha compiuto diversi rapimenti di locali e stranieri e si è finanziato con
i riscatti.
Il fantasma degli Usa. “La guerra continua perché i militari
continuano ad avere troppa influenza sull’attuale presidente Gloria

Arroyo e
sul governo”, aggiunge il nostro contatto. Dopo l’11 settembre, in particolare,
la Arroyo ha aderito alla “guerra totale al terrorismo” di George Bush e le
autorità hanno cominciato a parlare di legami tra Abu Sayyaf e la fantomatica
Jemaah Islamiah, la rete terroristica del Sud est asiatico che avrebbe rapporti
con Al Qaeda. Dario Sbrocca prosegue: “Nella zona di Cotabato sarebbero state
avvistate
forze speciali statunitensi, ma sono solo voci per ora. Lo spettro di un
intervento più o meno diretto di militari Usa, oltre a contribuire ad
accrescere la tensione, crea molti problemi anche al nostro lavoro umanitario.
A
parte qualche missionario, in zona la presenza di occidentali è minima. E’
dunque facile essere scambiati per americani e dunque creare sospetti alla
popolazione. Un nostro partner locale ci ha consigliato di usare segni
distintivi per far capire che apparteniamo a un’Ong italiana finanziata dalla
Commissione Europea”.
L’offensiva dell’Afp è arrivata in un
momento topico, all’indomani delle trattative di pace tra il governo e il Milf
e non si esclude che potrebbe mettere a rischio il negoziato.
In una guerra che dura da oltre trent’anni
sono soprattutto i civili a pagare il prezzo più alto: “A Maguindanao e
Cotabato – continua Sbrocca – è difficile distinguere tra sfollati interni e
non. Qui quasi tutti a più riprese sono stati costretti ad abbandonare le loro
case che hanno spesso trovato incendiate e distrutte, perdendo anche il
bestiame e il raccolto”.
Molti dicono che il conflitto è a sfondo
religioso , “ma – rivela la fonte anonima di Jolo – tra musulmani e cristiani
ci sono sempre state buone relazioni. Sono state la legge marziale e l’occupazione
militare a complicare la situazione. Molti musulmani hanno dovuto fuggire da
Jolo, per esempio. Io sono musulmano, ma ho parenti cristiani. Sono la mia
famiglia”.