16/04/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Con la visita del senatore Kerry si apre una nuova stagione tra Washington e Khartoum?

Una parziale ripresa dell'assistenza umanitaria internazionale in Darfur concessa da Khartoum, e in cambio un plauso al governo sudanese per l'apertura ai ribelli darfurini e una bacchettata a questi ultimi, velatamente accusati di non essere abbastanza interessati alle trattative di pace. Dopo il mandato di cattura internazionale emesso il mese scorso dalla Corte Penale Internazionale (Cpi) contro il proprio presidente, Hassan Omar al Bashir, il Sudan non poteva sperare di meglio dalla recente visita del senatore americano John Kerry.

John KerryCome ha sottolineato la stessa amministrazione sudanese, la visita del presidente del comitato per le relazioni estere del Senato americano potrebbe segnare una nuova era nei rapporti tra Usa e Sudan, ai ferri corti dal 1997. Proprio nel momento in cui i rapporti di Khartoum con Washington, e in generale con i Paesi occidentali, sembravano al minimo storico. Poche settimane fa, infatti, in risposta al mandato della Cpi nei confronti di Bashir per crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante la guerra in Darfur, il Sudan aveva espulso 13 organizzazioni umanitarie straniere dalla regione occidentale sudanese, teatro di un conflitto che ha provocato almeno 300.000 vittime dal febbraio 2003. La mossa di Khartoum, che da allora si occupa direttamente dell'assistenza umanitaria ai civili nella regione, tra le perplessità di chi ritiene il governo sudanese parte in causa nel conflitto, è stata mitigata in parte con la promessa sudanese di una ripresa degli aiuti internazionali verso il Darfur, la cui notizia è stata data da Kerry senza ulteriori dettagli.

Un'apertura nei confronti sia dei milioni di civili vittime della guerra, che di un governo sudanese i cui rapporti con Washington negli ultimi anni sono stati piuttosto altalenanti: dai bombardamenti del 1997, in séguito al presunto coinvolgimento del Sudan negli attentati alle ambasciate americane di Kenya e Tanzania, all'attiva partecipazione statunitense nelle trattative che portarono alla fine della guerra civile tra nord e sud del Paese, costata la vita a due milioni di persone in più di vent'anni. Fino al nuovo congelamento dei rapporti in séguito alla guerra in Darfur e ai ripetuti tentativi di Washington di far passare al Consiglio di Sicurezza una risoluzione di condanna verso il presunto genocidio perpetrato dal regime sudanese con l'aiuto delle milizie Janjaweed.

Pur non avendo mai incontrato al Bashir, ma solo il suo vice, Ali Osman Taha, l'apertura di Kerry è significativa. Non solo perché dà credito ai recenti segnali di apertura lanciati dal governo sudanese e segna un deciso cambio di approccio rispetto alla precedente amministrazione Bush, ma perché sposa in parte, e non senza ragione, la tesi di Khartoum, secondo cui il conflitto in Darfur è anche responsabilità dei movimenti ribelli, frazionatisi in almeno 12 gruppi (dagli originari due) e riluttanti anche solo a sedersi al tavolo delle trattative. A uscire parzialmente sconfitti dalla visita di Kerry non sono solo i ribelli, ma anche la Cpi: la stretta agli aiuti data da Khartoum ha infatti costretto la comunità internazionale a tornare a negoziare con il Sudan, e un'eventuale pace in Darfur difficilmente non verrebbe ricompensata con lo stralcio della posizione di Bashir all'Aja. Anche perché, in caso contrario, Khartoum ha più volte fatto sapere che raggiungere la pace sarà impossibile. E' ancora presto per dire se il mandato della Cpi verrà ridotto a semplice merce di scambio nelle trattative. Ma ieri, a Khartoum, un passo verso questa direzione è sicuramente stato fatto.

Matteo Fagotto

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