15/04/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



In pochi mesi il governo di transizione ha risollevato un Paese in ginocchio

Sono passati appena due mesi dalla formazione del governo di unità nazionale in Zimbabwe, ma i risultati del nuovo corso politico sono già visibili. Nonostante un'epidemia di colera che continua a falcidiare la popolazione e una decisa impennata della criminalità, i segnali positivi per il Paese non mancano. L'inflazione galoppante si è arrestata, i banchi dei supermercati sono tornati pieni e, soprattutto, criticare il governo non è più un tabù.

Invertire la discesa agli inferi del Paese non è stato facile per il nuovo premier Morgan Tsvangirai e per il suo Movement for Democratic Change. Poche settimane dopo l'insediamento del nuovo governo, infatti, il presidente Robert Mugabe ha dato il via libera a una nuova ondata di espropriazioni nei confronti dei farmers bianchi, suscitando le ire dei nuovi alleati di governo. Eppure, poco a poco, sembra che Tsvangirai sia riuscito a dare una sua impronta al nuovo esecutivo, esautorando gli elementi più estremisti dello Zanu-Pf e, soprattutto, risollevando le sorti del Paese dal punto di vista economico.

Le interminabili file davanti a bancomat, negozi e stazioni di servizio sono ormai un lontano ricordo. Il corso del dollaro zimbabwano, che a gennaio aveva raggiunto il cambio record di 7,6 miliardi per un dollaro americano, è stato sospeso per un anno, mentre sono stati legalizzati gli scambi in dollaro, euro, sterlina inglese e nelle monete dei vicini Sudafrica e Botswana. Come conseguenza, i beni di prima necessità sono tornati a riempire gli scaffali dei negozi, anche se la cancellazione del mercato nero ha avuto pesanti conseguenze per le classi meno abbienti, che dal contrabbando traevano buona parte dei propri guadagni. Inoltre, entro quattro settimane il nuovo governo ha promesso il varo di una nuova legislazione che disciplinerà finalmente il settore agrario, mettendo ordine tra i diritti dei vecchi e dei nuovi proprietari della terra, spesso bloccati in processi che durano anni.

Ancora molto rimane da fare, se si calcola che il nuovo governo ha stimato in otto miliardi e mezzo di dollari i fondi necessari per la ripresa del Paese, da spendere in settori quali la salute, l'educazione, le infrastrutture di base e l'agricoltura. Scuole e ospedali hanno ripreso a funzionare solo grazie all'intervento delle agenzie estere, che si sono accollate l'onere di versare a medici, infermieri ed insegnanti gli stipendi che lo stato non riesce al momento a garantire. A preoccupare è soprattutto l'epidemia di colera che, se da una parte ha perso molta della sua virulenza (passando da trecento a trenta nuovi casi al mese, secondo fonti mediche nella capitale Harare), dall'altra ha comunque provocato la morte di 4.200 persone e il contagio di altre 94.000.

Ma il miglioramento più sensibile si è avuto sicuramente al punto di vista delle libertà personali. Fenomeni come l'onnipresenza dei servizi segreti, i pestaggi contro i membri dell'opposizione e il rapimento di attivisti e di chiunque criticasse il governo si sono drasticamente ridotti, permettendo il fiorire di un nuovo clima politico che fa ben sperare per il futuro. Molta strada resta ancora da fare per cancellare del tutto le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale e per avviare un serio programma di riforme. Senza contare le frizioni che ancora caratterizzano i due partiti al governo: secondo fonti interne all'esecutivo, nelle scorse settimane i membri dello Zanu - Pf avrebbero chiesto un'amnistia che li potesse mettere al riparo dai crimini commessi durante gli ultimi anni. Una proposta che il Mdc avrebbe accolto molto tiepidamente, ma che dà l'idea della differenza di visione e prospettive tra le due formazioni politiche.

Matteo Fagotto

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