scritto per noi da
Matteo Colombi

A Hyde Park, l’università di Chicago è circondata da un quartiere verdeggiante,
un’oasi di benessere che si affaccia per un lato sul lago Michigan, ed è attorniata
dallo sfacelo del ghetto sui tre lati rimanenti. Il dipartimento di Scienze Politiche
sembra essere incagliato in un dibattito sul ruolo imperiale degli Stati Uniti,
in cui la preoccupazione centrale è quella o di negare l’impero, o quella di identificare
i migliori strumenti per la sua perpetuazione. Il rettore del dipartimento di
Sociologia da tempo annuncia ai suoi studenti che le classi sociali non sono più
concetti analiticamente rilevanti. I
Chicago Boys, gli economisti neoliberali che furono gli intellettuali mandati a sostegno
delle dittature latinoamericane sotto Reagan, si sono formati e continuano a spadroneggiare
qui, nel dipartimento di Economia. Producono nuove generazioni devote alla stessa
litania: mercati da diffondere, difendere e imporre, anche a mano armata. Si parla
di efficienza, razionalità, eppure i detriti del modello americano di sviluppo
sono dietro l’angolo. Hayek, che qui si rifugiò nel secondo dopoguerra, vedeva
le catene della schiavitù non solo nella Russia di Stalin, ma anche nell’avvento
dei laburisti al potere in Inghilterra. In ogni intervento statale volto a ridurre
le disugaglianze sociali udiva il cigolio delle catene; ma nulla ha mai avuto
da dire sul ghetto appresso, in cui i discendenti degli schiavi americani vivevano
e continuano a vivere segregati e indigenti; in cui i biglietti di uscita, per
i maschi, portano per lo più o in prigione o a far soldato nella macchina da guerra
permanente.
Due leader di cui si parla poco. Ma Hyde Park non è solo il luogo di un’università di
élite e che produce le
élites e le loro edulcorazioni, razionalizzazioni e moralizzazioni del potere, del
prestigio, del privilegio. In questa frontiera tra ghetto e bon ton si è evoluto
il jazz, nella casa degli studenti internazionali si è aggirato lo spettro del
socialismo, e in queste strade risiede anche una parte importante dell’intelligentsia
nera. E’ difficile, osservando il tenore e i contenuti dei dibattiti nei dipartimenti
come sulla stampa di Chicago, cogliere l’esistenza del dissenso ragionato, di
quel progressismo e radicalismo americano variegato ma di antiche e solidi radici
che è spesso stato di ispirazione per altri movimenti progressisti nel mondo.
Eppure esiste. Hyde Park, bastione della reazione raffinata, è anche il centro
del fior fiore della leadership nera, che aggredisce la guerra permanente come
guerra di classe, razzista, anti-democratica. La
Nation of Islam e il suo capo Louis Farrakhan, così come il movimento di Jesse Jackson, hanno
sede qui. Ambedue gli uomini sono diventati figure centrali del movimento dei
diritti civili e dell’
empowerment nero dopo la morte di Malcolm X e di Martin Luther King. Infatti l’uno e l’altro
lavorarono con i leader dei due spezzoni della lunga marcia degli afro-americani
verso la piena cittadinanza in questo Paese, marcia ancora in corso. Il nazionalista-segregazionista
nero e il progressista cristiano; il rigetto dell’assimilazione alla cultura bianca,
e il progetto di trasformazione della cultura bianca in una cultura arcobaleno,
sono uniti nella critica alla guerra permanente come dottrina, e come pratica
politica ed economica.
L’iniquità produce la guerra. Tutto questo è dietro l’angolo, al limite che divide Hyde Park e la distesa
infinita di quartieri scalcinati, in cui l’America velocemente diviene terreno
in dissesto permanente, zone di guerra interna, di povertà, di abbandono da parte
dello stato delle sue funzioni di garante dei diritti di cittadinanza. Si stanziano
centinaia di miliardi di dollari per ‘ricostruire’ l’Iraq dopo averlo fatto a
pezzi, ingrassando le già grasse
corporation amiche del presidente (come la Halliburton), eppure non si muove un dito per
ricostruire, per riportare alla civiltà i ghetti di questa America. Jesse Jackson,
già candidato alle primarie per le presidenziali del partito democratico nel 1984
e nel 1988, continua a difendere un’America di pace e fratellanza, a casa e all’estero.
Uomo di pace, Jackson continua a porre il problema dell’uguaglianza e della democrazia
interna; la sua analisi e la sua opposizione alla guerra in Iraq, che lo accomunano
a Farrakhan, continuano a legare le iniquità interne al sistema americano a quelle
esterne. Il suo americanissimo ottimismo continua a spronare il popolo americano
a mettere in pratica gli ideali di democrazia così profondamente disattesi. Rimane,
imperterrito, una specie di faro, che illumina nel buio la terra estesa di un’altra
America: in parte un’America promessa, in parte un’America che già esiste, fatta
di milioni di persone.