25/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A Chicago i teorici imperiali studiano a fianco del ghetto nero
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Un'immagine del ghetto americano negli anni SettantaA Hyde Park, l’università di Chicago è circondata da un quartiere verdeggiante, un’oasi di benessere che si affaccia per un lato sul lago Michigan, ed è attorniata dallo sfacelo del ghetto sui tre lati rimanenti. Il dipartimento di Scienze Politiche sembra essere incagliato in un dibattito sul ruolo imperiale degli Stati Uniti, in cui la preoccupazione centrale è quella o di negare l’impero, o quella di identificare i migliori strumenti per la sua perpetuazione. Il rettore del dipartimento di Sociologia da tempo annuncia ai suoi studenti che le classi sociali non sono più concetti analiticamente rilevanti. I Chicago Boys, gli economisti neoliberali che furono gli intellettuali mandati a sostegno delle dittature latinoamericane sotto Reagan, si sono formati e continuano a spadroneggiare qui, nel dipartimento di Economia. Producono nuove generazioni devote alla stessa litania: mercati da diffondere, difendere e imporre, anche a mano armata. Si parla di efficienza, razionalità, eppure i detriti del modello americano di sviluppo sono dietro l’angolo. Hayek, che qui si rifugiò nel secondo dopoguerra, vedeva le catene della schiavitù non solo nella Russia di Stalin, ma anche nell’avvento dei laburisti al potere in Inghilterra. In ogni intervento statale volto a ridurre le disugaglianze sociali udiva il cigolio delle catene; ma nulla ha mai avuto da dire sul ghetto appresso, in cui i discendenti degli schiavi americani vivevano e continuano a vivere segregati e indigenti; in cui i biglietti di uscita, per i maschi, portano per lo più o in prigione o a far soldato nella macchina da guerra permanente.
 
Louis FarrakhanDue leader di cui si parla poco. Ma Hyde Park non è solo il luogo di un’università di élite e che produce le élites e le loro edulcorazioni, razionalizzazioni e moralizzazioni del potere, del prestigio, del privilegio. In questa frontiera tra ghetto e bon ton si è evoluto il jazz, nella casa degli studenti internazionali si è aggirato lo spettro del socialismo, e in queste strade risiede anche una parte importante dell’intelligentsia nera. E’ difficile, osservando il tenore e i contenuti dei dibattiti nei dipartimenti come sulla stampa di Chicago, cogliere l’esistenza del dissenso ragionato, di quel progressismo e radicalismo americano variegato ma di antiche e solidi radici che è spesso stato di ispirazione per altri movimenti progressisti nel mondo. Eppure esiste. Hyde Park, bastione della reazione raffinata, è anche il centro del fior fiore della leadership nera, che aggredisce la guerra permanente come guerra di classe, razzista, anti-democratica. La Nation of Islam e il suo capo Louis Farrakhan, così come il movimento di Jesse Jackson, hanno sede qui. Ambedue gli uomini sono diventati figure centrali del movimento dei diritti civili e dell’empowerment nero dopo la morte di Malcolm X e di Martin Luther King. Infatti l’uno e l’altro lavorarono con i leader dei due spezzoni della lunga marcia degli afro-americani verso la piena cittadinanza in questo Paese, marcia ancora in corso. Il nazionalista-segregazionista nero e il progressista cristiano; il rigetto dell’assimilazione alla cultura bianca, e il progetto di trasformazione della cultura bianca in una cultura arcobaleno, sono uniti nella critica alla guerra permanente come dottrina, e come pratica politica ed economica.
 
Jesse JacksonL’iniquità produce la guerra. Tutto questo è dietro l’angolo, al limite che divide Hyde Park e la distesa infinita di quartieri scalcinati, in cui l’America velocemente diviene terreno in dissesto permanente, zone di guerra interna, di povertà, di abbandono da parte dello stato delle sue funzioni di garante dei diritti di cittadinanza. Si stanziano centinaia di miliardi di dollari per ‘ricostruire’ l’Iraq dopo averlo fatto a pezzi, ingrassando le già grasse corporation amiche del presidente (come la Halliburton), eppure non si muove un dito per ricostruire, per riportare alla civiltà i ghetti di questa America. Jesse Jackson, già candidato alle primarie per le presidenziali del partito democratico nel 1984 e nel 1988, continua a difendere un’America di pace e fratellanza, a casa e all’estero. Uomo di pace, Jackson continua a porre il problema dell’uguaglianza e della democrazia interna; la sua analisi e la sua opposizione alla guerra in Iraq, che lo accomunano a Farrakhan, continuano a legare le iniquità interne al sistema americano a quelle esterne. Il suo americanissimo ottimismo continua a spronare il popolo americano a mettere in pratica gli ideali di democrazia così profondamente disattesi. Rimane, imperterrito, una specie di faro, che illumina nel buio la terra estesa di un’altra America: in parte un’America promessa, in parte un’America che già esiste, fatta di milioni di persone.
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Stati Uniti
Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
Pubblicità