08/04/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



100 mila "camicie rosse" scendono in piazza a Bangkok per chiedere le dimissioni del governo. Ma lo stallo thailandese permane

scritto per noi da
Alessandro Ursic

 

Doveva essere il giorno dell' “o la va o la spacca” per le “camicie rosse” thailandesi, ossia i sostenitori dell'ex primo ministro Thaksin Shinawatra. Non è andata, o almeno non ancora: in 100mila hanno manifestato oggi a Bangkok, chiedendo le dimissioni del governo Abhisit e accusando un consigliere di re Bhumibol di essere il “Grande vecchio” dietro il colpo di stato del settembre 2006, che depose Thaksin. Ma lo stallo thailandese non dà segni di sbloccarsi. L'instabilità permane, e da alcune settimane sono le “camicie rosse” a causarla, non più i “gialli” del Pad protagonisti dell'occupazione degli aeroporti della capitale quattro mesi fa.

I promotori della manifestazione avevano annunciato di voler portare in piazza 300mila persone, ma si calcola che solo un sesto di quella cifra si sia unito alla protesta. La maggiorparte dei dimostranti ha circondato la sede del governo – occupata per oltre tre mesi dai “gialli” del Pad tra agosto e dicembre – senza però tentare di conquistarla. Altri, circa 20mila persone, si sono diretti verso la residenza di Prem Tinsulanonda, un 88enne ex generale ora a capo del “Consiglio privato” del sovrano. Prem è spesso indicato dagli analisti come l'uomo che muove i fili dietro le quinte, senza mai comparire; ma finora le “camicie rosse” avevano evitato di fare nomi, quando parlavano di alte influenze sugli affari politici a scapito del loro idolo Thaksin. Accusare apertamente il “cardinale Richelieu” del re rompe quindi un tabù.

La polizia ha sorvegliato attentamente i manifestanti, con i loro caratteristici “batti-piedi” di plastica e gli striscioni contro il governo Abhisit, e non c'è stato nessuno scontro. Ieri, però, il convoglio del premier era stato attaccato dai “rossi” a Pattaya, dove nel weekend si svolgerà un vertice dei Paesi del sud-est asiatico (Asean): Abhisit ne era uscito illeso, ma i dimostranti avevano sfasciato i finestrini e malmenato l'autista. Gli ambienti governativi hanno fatto di tutto per tentare di minimizzare l'accaduto, ma lunedì scorso Abhisit aveva parlato alla nazione spiegando di non poter tollerare atti violenti da parte dei “rossi”: “Se ci saranno violenze, dovremo fare qualcosa. Ma posso assicurare che non sarà il governo a iniziare”, ha spiegato il primo ministro. Che da due settimane, tra un viaggio e un'assenza strategica per non cercare lo scontro, non è ancora entrato nel suo ufficio di Bangkok circondato dai manifestanti, in un bivacco dove le “camicie rosse” vanno e vengono.

Nella serata di mercoledì i manifestanti erano ancora lì. Ma difficilmente questo assembramento durerà oltre domenica, quando comincia la settimana di Songkran, l'anno nuovo thailandese, e molti di quei dimostranti vorranno festeggiarla in famiglia. La situazione rimane comunque tesa, perché nessuno vuole fare la prima mossa. I “rossi”, particolarmente forti tra le classi medio-basse, considerano l'establishment militare-giudiziario vicino al governo Abhisit e sanno che se passassero a tattiche estreme come l'occupazione degli aeroporti, stavolta l'esercito potrebbe non stare a guardare. Ma le forze dell'ordine hanno anch'esse le mani bloccate: se cercassero un pretesto per reprimere le manifestazioni, farebbero perdere ulteriori consensi a un governo nato con un ribaltone parlamentare. E che non ha nessuna intenzione di sciogliere le Camere perché sa che, in caso di nuove elezioni, verrebbe probabilmente sconfitto.