08/04/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il passaggio delle milizie tribali sotto il controllo di Baghdad potrebbe fare riesplodere la violenza nel Paese

Alla fine di febbraio 2009, il capo un capo delle milizie tribali della provincia sunnita di al Anbar, sheikh Hamid al Hayes, sosteneva che la partenza dei soldati Usa "non influenzerà affatto la sicurezza. Non temiamo il ritorno della violenza, abbiamo il controllo di ogni centimetro del territorio".

L'annunciata dipartita dell'esercito Usa, che dovrebbe concludersi entro la fine di agosto del 2010, potrebbe rimettere in moto la spirale della violenza settaria tra sunniti e sciiti. In particolare tra il governo sciita del premier Al Maliki e le milizie tribali sunnite, note come Majalis al Sahwa o Consigli del Risveglio. Queste ultime, da quando si allearono con gli Usa alla fine del 2007, hanno dato un grande contribuito alla riduzione della violenza nel paese, pagando anche un altro prezzo di vite nella guerra quotidiana contro i miliziani di Al Qaeda, che cercavano di infiltrarsi nelle zone da loro controllate. A due mesi dalle sue precedenti dichiarazioni, lo stesso sheikh Hamid al Hayes ammette che “le milizie sono state infiltrate da Al Qaeda. Sta per iniziare una guerra civile”.

Sono circa 92mila i miliziani sunniti che fanno parte delle milizie Sahwa. Fino a qualche mese fa erano stipendiati e armati dall'esercito statunitense ma, dall'ottobre dell'anno scorso, il loro controllo è stato gradualmente trasferito al ministero dell'Interno di Baghdad. Il passaggio di consegne si è concluso lo scorso due aprile, ma da subito si è capito che nessuna delle parti era davvero intenzionata a rispettare il copione auspicato dal Pentagono. Il governo di Baghdad aveva promesso di assorbire il 20percento dei miliziani tribali entro le forze di sicurezza nazionali, e di trovare per gli altri un impiego statale. Fin'ora, però, la promessa non è stata mantenuta. I miliziani sunniti non ricevono lo stipendio da almeno due mesi, cosa che ha probabilmente spinto parte di loro a rivolgersi altrove, imbarcandosi in attività criminali, oppure intrattenendo rapporti con i nemici di ieri: le milizie di Al Qaeda. Il primo segnale in questo senso si è visto alla fine di marzo, quando la forze di sicurezza irachene hanno arrestato Adel Mashhaddani, uno dei leader delle milizie Sahwa, nel quartiere Fadhl di Baghdad. L'arresto provocò una vera e propria battaglia tra agenti e miliziani, che si protrasse per oltre due giorni causando la morte di due civili e il ferimento di 15 persone. Mashhaddani era accusato di omicidi e estorsioni, secondo il Pentagono sulla sua testa pendevano ottanta mandati di arresto. Non tutti però sono convinti di queste accuse. I miliziani sunniti ritengono di essere oggetto di una campagna diffamatoria orchestrata del governo sciita per non mantenere gli impegni presi. Si sentono usati e abbandonati.

Il primo aprile durante una conferenza stampa, il numero due dell'esercito Usa, generale Lloyd Austin, ha riconosciuto il ruolo determinante delle milizie Sahwa nella riduzione della violenza, e si è detto fiducioso “che il governo manterrà l'impegno di aiutare le persone che hanno aiutato l'Iraq”. É noto da alcuni mesi che il crollo del prezzo del greggio sta causando grossi problemi al governo iracheno, che non dispone più del fiume di contanti con cui poteva stipendiare milioni di dipendenti pubblici assicurandosene la fedeltà. La resistenza del ministero dell'Interno verso l'inclusione delle milizie tribali, però, non si spiega solo con le difficoltà economiche. Secondo il ministro dell'Interno iracheno Jawad al Bolani, almeno il venti percento delle milizie Sahwa sono “spie degli insorti”. Anche lo stesso premier Al Maliki, lo scorso 3 aprile, ha dichiarato che “I nostri rapporti di intelligence confermano che i baathisti e Al Qaeda hanno infiltrato le milizie Sahwa”. Da mesi il governo a maggioranza sciita manda segnali di sfiducia verso le milizie sunnite, ma da quando il Comando Usa ha passato le consegne al governo iracheno gli episodi che confermerebbero questa sfiducia si sono moltiplicati. Resta dunque da capire fino a che punto le accuse siano strumentali, oppure, fino a che punto la carenza di prospettive abbia davvero spinto i miliziani sunniti verso al Qaeda.

Secondo il Comando Usa, dopo gli scontri di Baghdad le forze di sicurezza irachene hanno arrestato 28 persone, metà delle quali sono state subito rilasciate. Altri 10 miliziani sunniti sono stati arrestati in seguito nella zona di Dora, con l'accusa di terrorismo. Tra gli arrestati c'era anche il comandante locale Mohammad al Garthani, che racconta: “mi accusavano di terrorismo, omicidi, rapimenti e attentati esplosivi. Durante le indagini si è scoperto che le accuse erano false e provenivano da una persona ricercata. Il giudice ha capito la situazione e mi ha rilasciato immediatamente”. Lo scorso tre aprile, un attacco aereo Usa ha ucciso quattro miliziani dei Consigli del Risveglio a Taiji. Secondo un comunicato dell'esercito stavano piantando una bomba. Martedì 7 aprile sei autobombe sono esplose in diverse zone di Baghdad causando la morte di 37 persone. Non accadeva da mesi, ma nella capitale irachena in pochi pensano che sia un caso.

 

Naoki Tomasini

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità