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Matteo Fagotto
Ci sono voluti appena quattro minuti, ieri mattina presso la Corte di giustizia di Durban, per notificare a Jacob Zuma la caduta di tutte le 16 accuse di frode, corruzione, racket e riciclaggio di denaro che pendevano sul suo capo. Il leader dell'ANC, e probabilissimo prossimo presidente del Sudafrica all'indomani delle elezioni del 22 aprile, vede così cadere il principale ostacolo al coronamento della sua lunga carriera politica. Ma la decisione della giustizia sudafricana lascia l'amaro in bocca a buona parte del Paese. E, a lungo andare, potrebbe rivelarsi controproducente per lo stesso Zuma.
Tangenti e regali. La decisione della National Prosecuting Authority di non portare al processo il caso Zuma è stata annunciata due giorni fa, durante una conferenza stampa carica di tensione, dal capo della NPA stessa, Mokotedi Mpshe. Alla luce delle intercettazioni telefoniche presentate dal team legale di Zuma, che contenevano conversazioni tra l'ex leader della NPA, Bulelani Ngcuka, e il capo dell'unità investigativa degli Scorpions, Leonard McCarthy, in cui i due si accordavano nel decidere il timing giusto per incriminare il leader dell'ANC, Mpshe ha ritenuto che la posizione della sua agenzia non potesse più essere considerata irreprensibile e soprattutto sostenibile davanti a una corte. E questo a prescindere dalle accuse nei confronti di Zuma, sospettato di aver ricevuto tangenti e "regali" dal suo ex consigliere finanziario, Shabir Sheikh, per favorirlo nei suoi affari e per proteggere da eventuali indagini una compagnia francese destinataria di una commessa da parte del ministero della Difesa alla fine degli anni Novanta.
Un sospiro di sollievo. Ieri, tra le urla di giubilo dei sostenitori di Zuma e il tono minaccioso dell'establishment del partito, che annunciava pesanti conseguenze per i presunti responsabili della "persecuzione politica" nei confronti di Zuma, le voci dell'opposizione e di molti commentatori e analisti hanno faticato a farsi sentire. Certo, Zuma può tirare un sospiro di sollievo e, a meno di colpi di scena, dovrebbe essere riuscito a mettere la parola fine ai suoi guai giudiziari. E il suo caso, stralciato per due volte e per due volte ripreso dalla giustizia sudafricana, ha creato in molti il sospetto che, dietro la vicenda giudiziaria, si nascondesse effettivamente una lotta di potere all'interno dell'ANC, che si sarebbe riverberata anche sul procedimento. Ma il punto fondamentale, che molti giuristi locali hanno voluto sottolineare, è che l'eventuale collusione tra Ngcuka e McCarthy non avrebbe inficiato la sostanza del caso Zuma. Il quale dovrebbe al Paese qualche spiegazione sui soldi, in forma di regali e viaggi, ricevuti da Shaikh nel corso degli anni.
Libertà riacquistata. Al di là delle lotte di potere, gli investigatori ritengono che il caso contro Jacob Zuma fosse più solido che mai. Una posizione ribadita in conferenza stampa dallo stesso Mpshe, il quale ha però preferito soprassedere per non inficiare ulteriormente la credibilità della NPA. In molti hanno contestato il suo comportamento, accusandolo di accampare scuse per giustificare la sua capitolazione di fronte a pressioni politiche; altri ritengono che la NPA abbia stralciato il caso in cambio della non divulgazione di parti ancora più compromettenti delle intercettazioni, in cui potrebbe essere implicato anche l'ex presidente Thabo Mbeki, più volte tirato in causa da Ngcuka e McCarthy. In mezzo a tante ipotesi e illazioni, l'unico dato certo è la libertà riacquistata da Zuma, che tra esattamente due settimane passerà all'incasso. Ma il fatto che la sua posizione non sia stata chiarita pubblicamente, ma sia piuttosto stata oggetto di una trattativa sottobanco, potrebbe offuscare per sempre l'immagine del nuovo presidente. E, con lui, quella del Paese.
Matteo Fagotto