Scritto per noi da
Sergio Lotti
Secondo gli ultimi dati forniti dalle Camere di
commercio italiane, nel 2004 il nostro paese ha avuto 90.365 imprese
in più. E’ questa la cifra che si ricava togliendo dal
totale delle nuove imprese che hanno iniziato la loro attività
nel corso dell’anno il numero di quelle che hanno cessato di
esistere. Il miglior saldo degli ultimi sette anni, a quanto pare. Ma
la vera notizia è che 30 mila di queste imprese sono state
fondate da un immigrato extracomunitario. Un nuovo imprenditore su
tre, cioè, viene da un paese al di fuori dell’Unione
europea. Nella maggior parte dei casi si tratta di imprese
individuali, ma molte di loro si sono sviluppate e hanno assunto
personale. Sommate tutte insieme, le aziende con titolare
extracomunitario sorte finora in Italia sono 140 mila e danno lavoro
a 150 mila persone: di queste, almeno il 20 per cento sono italiane.
In altre parole, in un periodo non proprio brillante dal punto di
vista economico, gli immigrati offrono un lavoro a circa 30 mila
italiani.
Il fenomeno in sé non ha niente di
straordinario, se prendiamo in considerazione quanto è
avvenuto in altri paesi europei, come Francia, Germania e Gran
Bretagna, che sono già molto più avanti di noi su
questa strada. Ma il tasso di incremento di queste imprese, che
nell’ultimo anno ha superato il 16 per cento, appare eccezionale,
soprattutto se paragonato a quello riguardante le imprese nazionali,
che fatica a raggiungere lo 0,5 per cento.
Imprese più dinamiche.
Stiamo insomma recuperando
a grandi passi il terreno perduto. E non si tratta di un fuoco di
paglia, dal momento che questa crescita è dovuta anche a un
tasso di mortalità inferiore a quello registrato dalle aziende
italiane. Le imprese di cittadini extra-Ue hanno quindi una
grande capacità
di sopravvivere nel tempo su mercato. A cosa è dovuto questo
dinamismo? “In primo luogo al fatto che agli immigrati vengono
riservati in genere lavori a bassa qualificazione che noi non
vogliamo più fare” risponde Luciano Gallino, ordinario di
sociologia all’università di Torino, “mentre spesso hanno
titoli di studio elevati e quindi sono spinti a valorizzarli. Molte
comunità straniere sono divenute importanti in certi lavori non tanto
per
una particolare predisposizione culturale, ma perché erano
escluse da altri. Un ruolo importante gioca probabilmente anche la
loro giovane età media, che li rende più
intraprendenti, più disponibili a rischiare nel contesto di
una popolazione che tende invece a invecchiare e a ripiegarsi sulle
proprie sicurezze”.
La distribuzione delle piccole ditte con titolare
extracomunitario non appare neppure legata alla forza o alla
debolezza delle economie locali. Tra le province a maggiore densità
di imprese straniere, infatti, accanto alle ricche Milano, Parma e
Reggio Emilia troviamo Caserta, Agrigento e Catanzaro. Fra quelle a
minore densità, invece, Napoli, Enna e Oristano compaiono
vicine alle più ricche Bolzano, Como e Novara. La provincia di
Milano è certamente quella dove le ditte extracomunitarie
mostrano maggiore vitalità. Dalla ricerca “Immigrati
imprenditori”, fatta pubblicare dalla Camera di Commercio di
Milano, risulta che la maggioranza di questi imprenditori è
composta da egiziani, cinesi e marocchini, ma un grosso contributo
viene anche da senegalesi, peruviani e cittadini est-europei. Le
attività si concentrano soprattutto nei settori del commercio,
dell’edilizia, dell’abbigliamento e dei servizi. “Sono aziende
inserite pienamente nel tessuto economico milanese” dice Eugenio
Zucchetti, uno dei curatori della menzionata ricerca, docente di
sociologia economica all’università cattolica di Piacenza.
“Anche quando non hanno dipendenti italiani, lavorano per ditte
italiane e sono aperte allo scambio con clienti e fornitori italiani.
Si può sostenere, perciò, che il processo di
integrazione è in atto, ma si tratta sostanzialmente di un
processo dal basso”.
Come dire che gli italiani sono presenti, aiutano
e sostengono gli immigrati che lavorano in proprio, ma le
istituzioni, a parte qualche iniziativa della Camera di Commercio e
di vari istituti di credito, tuttora latitano.