
C’è stato
il recente incendio in una moschea di Teheran, il terremoto presso la
città di Kerman e l’accresciuta pressione politica sul Paese
da parte degli Stati Uniti; gli ultimi giorni di questo inverno in
Iran sono pervasi da un senso di timore, tristezza e incertezza.
I
bilanci delle vittime continuano a crescere, mentre le notizie della
misteriosa esplosione vicino a Bushehr intasano le onde radio di
notiziari; la vita continua, ma non si può evitare di
percepire l’ansietà che stringe lo stomaco della gente.
Mentre queste impressioni si intensificano, la repubblica islamica,
come sempre, le dirige magistralmente, sfruttando il recente
anniversario della Repubblica Islamica e il mese islamico del
Moharram. Come un burattinaio, il governo ha usato la marcia del 10
febbraio, commemorazione del 26mo anniversario della rivoluzione, per
dimostrare agli Stati Uniti che l’Iran non si lascerà
sbeffeggiare e non cederà di un millimetro nelle trattative
con l’Unione Europea e nemmeno in caso di attacco.
In uno dei giorni
più nevosi degli ultimi 26 anni, una folla sorprendentemente
numerosa si è raccolta a Azadi Square, Piazza della Libertà,
per mostrare la propria unità davanti alle minacce
statunitensi. Negli ultimi otto anni le frustrazioni della gente nei
confronti della Repubblica Islamica sono cresciute costantemente al
punto che il governo ha dovuto affrontare un serio problema di
legittimità, fino a che le forze conservatrici, nel 2004, non
hanno deciso di usare le forza e il potere per riprendere posizione
in tutti gli organi del governo.
Tuttavia, quando le
minacce statunitensi contro l’Iran si fanno più insistenti,
gli iraniani iniziano a mostrare maggiore coesione alle spalle di un
governo in cui non hanno fiducia, ma che preferiscono sempre ad una
invasione/occupazione. Se davvero gli Usa vogliono un cambio di
regime in Iran, attaccando il paese spingeranno la gente a supportare
la Repubblica Islamica anziché tradirla.
Meglio i burattinai dei pupazzi. Mentre cresce la
paura di azioni da parte Usa, la televisione di stato trasmette
notizie dei progressi militari della nazione. Il capo delle forze
armate appare nei notiziari ogni sera per parlare di qualche nuova e
perfezionata arma, lo stato mostra i muscoli a beneficio della sua
dubbiosa audience domestica, per convincerla di essere in grado di
affrontare il Grande Satana.
Per fortuna del
governo, il mese del Moharram, durante il quale si commemora il
martirio dell’Imam Hussein, figlio di Ali che secondo gli sciiti
sarebbe diretto successore del profeta, è iniziato la scorsa
settimana. Le strade principali e i negozi della città sono
coperti di bandiere nere e striscioni, la radio e la televisione
trasmettono incessantemente canzoni di adorazione, lamenti e amore
per ricordare la battaglia dell’Imam contro Yazid.
Mentre gli sciiti di
tutto il paese onorano la leggenda dell’Imam Hussein che difendeva
i valorosi contro i corrotti, il governo traccia senza sforzo il
parallelismo con l’attuale clima politico. Così la musica,
la pubblicità e i programmi TV diventano strumenti di
propaganda per la Repubblica Islamica. Dunque mentre i giochi
politici continuano su tutti i fronti, gli iraniani, stanchi della
politica, delle menzogne, del sangue, delle rivoluzioni e delle
guerre, tentano di tirare avanti con le proprie vite.
Nei campus universitari si
parla ben poco del possibile attacco Usa, semplicemente i più
pensano che non accadrà. Ma tra le fila della generazione
precedente, coloro che hanno esperienza degli sconquassi della storia
moderna iraniana sanno fin troppo bene che la politica non è
mai quello che sembra. Per loro le minacce statunitensi significano
semplicemente lo scenario peggiore: uniti a difesa della Repubblica
Islamica, perché i governanti di oggi perlomeno non sono
pupazzi stranieri.