13/01/2004
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Dall'ospedale di Emergency, la storia di Ahmed, sedicenne saltato su una mina
scritto per noi da
Marco Garatti*
E’
terribile non tenere a mente i nomi delle persone che hai curato.
Riuscire a ricordarli solo per la loro faccia o, peggio, per le ferite
che li hanno portati in ospedale è barbaro e disumano ma molto spesso
mi succede. Sarà perché di pazienti se ne vedono tanti, sarà perché la
familiarità con i nomi afgani è ancora scarsa nonostante i mesi passati
in questo Paese. Ciò che difficilmente si riesce a dimenticare sono le
loro storie, un misto d’orrore, coraggio e voglia di tornare a vivere.
Solita chiamata dal pronto soccorso del centro chirurgico di
Emergency, un pomeriggio qualsiasi di dicembre dell’anno del Signore
2003: mine injury ,condition poor . E’ un ragazzino di sedici anni,
Ahmed, ormai senza più entrambe le gambe, con alcuni pezzi di
stoffa allacciati attorno alla coscia per fermare l’emorragia, il viso
e il torace ustionati per l’esplosione. Anche chi come me che, come si
dice, “ne ha viste tante” stenta a trattenere l’orrore e a rimanere
professionalmente lucido.
Solita
trafila quindi. Sala operatoria, amputazione sopra il ginocchio a
entrambi gli arti inferiori e toilette chirurgica delle ustioni. Il
paziente dopo un paio di giorni si stabilizza, riesce finalmente ad
aprire gli occhi che prima erano chiusi dall’ustione. Le ferite
dell’amputazione vanno bene e quindi gli chiediamo come è successo. Le
ferite erano insolite per estensione e per localizzazione e vorremmo
capire.
La sua storia è semplice. Si trovava dalle parti dell’aeroporto (zona
considerata sicura perché sminata, ma si sa che le zone sminate non
sono comunque mai sicure) ed era l’ora della preghiera. Si è
allontanato dalla strada per avere privacy, ha steso il suo tappetino e
si è inginocchiato per pregare in direzione della Mecca. Un ginocchio
ha fatto esplodere la mina.
Stava
pregando, stava ringraziando il suo dio per quel niente che la vita gli
aveva portato e per quell’orrore che gli avrebbe riservato. Una beffa
atroce, uno scherzo fatto da dio a chi lo stava pregando e onorando?
Troppo da sopportare, soprattutto per un agnostico occidentale come me.
Meglio dire che lo scherzo lo hanno fatto i produttori di
armi, chi le mine le ha piazzate e chi doveva sminare la strada ma
non c'è riuscito. O, peggio, lo ha fatto male. O ancora chi ha pensato
di rimettere le mine in una zona data per sminata.
Chiediamo
lumi a Fahreed, un nostro collega afgano. Dice che non sa perchè
quella mina fosse ancora lì, che è difficile a dirsi perché - come
abbiamo visto durante l'ultima Loya Jirga - c'è chi continua a
piazzarne in giro, anche in zone precedentemente sminate. Fahreed dice
che durante la Jirga di dicembre ne hanno messe davanti alle scuole,
agli ospedali. Senza ritegno.
Con il passare dei giorni Ahmed recupera rapidamente
(a sedici anni ci si rimette in piedi facilmente, anche se i piedi
sono di plastica) e arriva il giorno di dimetterlo. Lo ritrovo su una
sedia a rotelle. Sta aspettando i suoi parenti che tardano ad
arrivare. Dopo le quattro chiacchiere che facciamo nel mio farsi
stentato, si gira, si bagna le mani e le braccia con l’acqua di una
bottiglia e dalla sedia a rotelle inizia a recitare le preghiere
pomeridiane. Non può più inginocchiarsi ma la sua fede non se ne è
andata con le sue gambe. Quando finisce le orazioni si gira verso di
me, mi sorride e mi lascia stordito a pensare al suo animo grande e
forte di ragazzino mutilato di sedici anni.