
“Mi sono registrato nelle liste elettorali ma non andrò a votare”, confessa Ebadullah
Eba
di, un giovane medico chirurgo di Kabul. “Tutta la mia famiglia se ne starà a
casa il giorno delle elezioni. Abbiamo deciso così perché tanto sappiamo che l’esito
del voto è già stato deciso dagli stranieri”.
“Ho ritirato la tessera elettorale ma non la userò perché queste non saranno
elezioni democratiche”, afferma anche Fridoun, un giovane studente universitario
della capitale. “Sono i paesi stranieri che hanno già deciso al posto nostro chi
diventerà presidente”.
Entrambi si riferiscono all’attuale presidente provvisorio scelto tre anni fa
dalla Casa Bianca, Hamid Karzai, dato da tutti come il vincitore scontato delle
elezioni di domani e apertamente sostenuto dagli Stati Uniti. “Ma guardatelo”,
dice una donna che preferisce rimanere anonima. “Ha fatto tutta la campagna elettorale
circondato da guardie del corpo americane e soldati armati fino ai denti. Non
capisco perché un presidente che dovrebbe essere così popolare da vincere sicuramente
le elezioni debba essere protetto così, debba basarsi sulla protezione degli stranieri”.
Abdul Salam Safari, docente all’università di Kabul, è sicuro che il voto sarà
manipolato. “Vi saranno brogli per far apparire Karzai come il vincitore assoluto.
E’ lui l’uomo sostenuto dagli stranieri, e la storia dell’Afghanistan dimostra
che sono stati sempre i personaggi appoggiati dall’esterno a comandare”.
Non si fa illusioni nemmeno lo stesso candidato avversario di Karzai, il tagico
Yunus Qanouni, ex ministro dell’Educazione, critico verso gli americani e le loro
interferenze nelle faccende politiche afgane. “Avrei buone possibilità di vincere,
ma le irregolarità avvenute in campagna elettorale e quelle che certamente avverranno
sabato faranno sì che vincerà il candidato sostenuto dagli Stati Uniti”.
Il primo fattore che fa sorgere dubbi sulla regolarità di queste elezioni è rappresentato
dal numero di votanti. Come ha denunciato recentemente Human Right Watch, e come
è facile riscontrare parlando con gli afgani, molte persone si sono registrate
più volte con nomi diversi. Moltissimi hanno due o tre tessere elettorali, alcuni
anche di più. Anche i bambini sono riusciti ad accaparrarsene. A Kabul gira voce
di una donna che, grazie alla copertura del burqa, avrebbe collezionato addirittura
quaranta tessere elettorali. Si dice che questo accada perché la gente pensa che
le tessere diano diritto a razioni alimentari o altri benefici. Ma molti ammettono
che c’è un mercato di tessere, e che il prezzo medio è di cento dollari l’una:
una fortuna per una famiglia afgana.
Cifre irrisorie per i capi tribù e i signorotti della guerra che, oltre a ordinare
alla propria gente per chi votare (dietro la minaccia di ritorsioni violente),
hanno l’effettivo controllo del territorio (e dunque dei seggi elettorali) al
di fuori di Kabul. Gli Stati Uniti hanno dato al governo, cioè a Karzai, dieci
milioni di dollari per organizzare le elezioni, e la sua campagna elettorale.
Di certo non li ha spesi tutti in manifesti e volantini. Sempre Human Right Watch
ha raccolto testimonianze del fatto che i signori locali e i capi tribù hanno
ricevuto ingenti somme dai candidati per far sì che nel loro territorio la gente
votasse per la persona giusta. Soldi che magari sono serviti anche per comprare
tessere elettorali da dare a chi è disposto ad andare a votare più volte per lo
stesso candidato.
Per fronteggiare questo problema è stato previsto che chi sabato andrà a votare
verrà marchiato sul pollice con un inchiostro indelebile per impedirgli di ripresentarsi.
Sulla carta un ottimo sistema che però, osserva qualcuno, va tradotto in pratica
dal personale dei seggi elettorali. E questo non è così scontato. Si voterà in
cinquemila seggi sparsi nei più remoti angoli del paese, seggi che saranno monitorati
da venticinque osservatori dell’Osce e da altri duecento osservator
i internazionali. Assieme a loro circa quattromila osservatori afgani (cioè nemmeno
uno per seggio), anch’essi comunque soggetti ai condizionamenti dei boss locali.

Non è certo un gran segno di democraticità poi il fatto che i diciassette candidati
avversari di Karzai siano dati tutti, in partenza, come perdenti. Il candidato
tagico Yunus Qanuni, di cui si è già parlato sopra, è già dato secondo con un
netto distacco. Le briciole dei voti se le spartiranno gli altri due principali
contendenti: il famigerato signore della guerra Abdul Rashid Dostum, candidato
della minoranza uzbeca, e Mohamed Mohaqiq, rappresentante della comunità hazara
sciita. Massouda Jalal, unica candidata donna, indipendente da ogni gruppo etnico,
pediatra progressista, sostenitrice dei diritti delle donne e della lotta contro
la povertà, raccoglierà voti solo tra le elettrici afgane di Kabul, dato che le
donne delle zone rurali voteranno per chi decide il padre o il marito.
Gli altri tredici candidati è come se non ci fossero. Ieri, due di loro (Sayed
Ishaq Gailani e Abdul Hasseb Aryan) si sono addirittura ritirati dalla corsa alla
presidenza.
La maggior parte di loro ha giocato la campagna elettorale sulla richiesta di
rinviare il voto e di accorparlo alle elezioni legislative previste per l’aprile
2005 perché il paese – dicono loro – non è pronto per questo appuntamento, che
si è voluto per forza mantenere non nell’interesse del popolo afgano, ma nell’interesse
di un’altra campagna elettorale, quella americana.
“La necessità di tenere le elezioni presidenziali ora non ha ragioni credibili”,
afferma Vikram Parekh, analista politico afgano che lavora per il centro di ricerca
International Crisis Group. “Nessuno ha fornito spiegazioni convincenti sul perché
le ragioni che hanno motivato il rinvio delle elezioni parlamentari (la mancanza
di condizioni di sicurezza, di un attendibile censimento elettorale e di infrastrutture
adatte) non siano state ritenute valide anche per rinviare il voto presidenziale.
E’ normale che così si alimenti il sospetto che tutto serva solo alla campagna
elettorale del presidente Bush”.
Per aiutare gli elettori analfabeti (oltre il sessanta per cento della popolazione
afgana) le schede elettorali che verranno usate oggi recano, accanto ai nomi dei
candidati, le loro fotografie.
Nazeefa, 24 anni, di Kabul, dopo aver contemplato per un paio di minuti la scheda
ha puntato il dito sulla foto dell’attuale presidente provvisorio, Hamid Karzai,
dicendo che voterà per lui. “Karzai ha fregato tutti quindi vuol dire che è uno
che sa il fatto suo: ha fregato i mullah, i mujaheddin e anche gli occidentali”.
Bakhtoom Shah, 45 anni, di Parwan, non ha idea di cosa sia quella scheda. “Se
voto per uno, poi gli altri candidati se la prendono, quindi io farò una croce
nella prima casella che capita, a caso”.
Ezatullah, 25 anni, di Wardak, dice di riconoscere due dei candidati. “Voterò
per Karzai perché è un uomo famoso. Non certo per Dostum, che ha massacrato migliaia
di musulmani”.
Abdul Raheem Jan, 58 anni, anche lui di Wardak, confessa di non avere idea di
come si voti. “Non ho idea di come si usi questa scheda, non so a cosa serva e
non riconosco nessuno dei personaggi ritratti in queste foto, tranne il presidente
Karzai ovviamente”.
Meena, una donna di 40 anni, di Kabul, è ancora indecisa. “Sì, so che questa
serve per votare ma non riconosco nessuna di queste facce, esclusa quella di Karzai.
Ma non so se voterò per lui”.
Samar Gul, 25 anni, insegnante al liceo Ansar ul Muminin di Wardak, è invece
informato e deciso. “Voterò per Karzai, perché lui è il candidato migliore”.

Muhibullah, un suo studente di 19 anni, è ugualmente informato ma denuncia che
molti suoi compaesani non lo sono. “Ai corsi elettorali che ci hanno fatto a scuola
si sono presentati in pochi, quindi sono molti i miei amici che non sapranno come
utilizzare queste schede”.
Azizullah, 20 anni, di Kabul, ammette la sua ignoranza ma appare deciso su chi
voterà. “Non sapevo che fossero queste le schede elettorali, ma riconosco la faccia
di Qanuni, il rivale di Karzai, e io voterò per lui perché lui vuole ricostruire
il nostro paese”.
“Najibullah, 33 anni, di Parwan, ha un negozio di specchi a Kabul. Prima di parlare
fissa e studia la scheda per cinque minuti. “Riconosco la foto di Latif Pedram,
ho visto i suoi manifesti per le strade: voterò per lui perché dice di essere
un democratico”.
Naiko, 65 anni, di Kabul, sa perfettamente come usare la scheda, ma non voterà.
“Nessuno di questi candidati mi piace, quindi non voterò per nessuno”.