
Pochi mesi dopo aver celebrato il 50° anniversario della sentenza che dichiarò
incostituzionale la segregazione razziale nell’istruzione, la progressista California
ha scoperto di avere in comune più di quello che pensava con il tipico Stato del
profondo Sud americano degli anni Cinquanta: la divisione in base al colore della
pelle nelle sue carceri. E sulla legittimità di questa politica, in vigore da
25 anni nei penitenziari del
Golden State, anche se nessuna regola scritta la prevede, si pronuncerà a breve la Corte
Suprema
statunitense.
Gruppi omogenei. Quando fanno il loro ingresso in una delle 32 prigioni californiane, per i primi
60 giorni i detenuti vengono sistemati in cella con i prigionieri che la direzione
del carcere pensa possano essere più “compatibili”: e così i bianchi vanno con
i bianchi, i neri con i neri, gli ispanici con gli ispanici. “E’ una prassi orribile
– dice al telefono Gloria Romero, capogruppo dei democratici al Senato californiano
–, abbiamo appena festeggiato il 76° anno dalla nascita di Martin Luther King
e ci troviamo ancora con un problema del genere”. La senatrice, che presiede la
Commissione carceri a Sacramento, fino a poco tempo fa non sapeva dell’esistenza
della segregazione. “L’ho scoperto leggendo un articolo lo scorso dicembre, e
sono rimasta sbalordita. Ho sollevato la questione in Commissione, ora confido
in una decisione della Corte Suprema entro pochi mesi”, spiega.
Il problema delle gang. La logica ufficiale dietro alla divisione razziale nei penitenziari è quella
di prevenire il più possibile le violenze tra gang: un problema con cui hanno
a che fare molti dei 163.000 detenuti in California. “Non è solo una questione
di razza – sostiene Todd Slosek, un portavoce del
California Youth and Adult Correctional Agency (
Yaca), l’ente che supervisiona le carceri statali –. In gioco ci sono molti più fattori,
noi vogliamo solo impedire che persone appartenenti a bande diverse si scontrino
tra loro. Dividiamo anche un ispanico del nord da uno del sud, se è per questo.
Poi è chiaro che con questo ragionamento vengano divisi anche bianchi e neri:
per evitare problemi, meglio separare un afro-americano da uno che elogia la razza
ariana, no?”.
Scarsi risultati. Dati alla mano, se la politica californiana della segregazione vuole limitare
la violenza nelle carceri, è arduo sostenere che ci stia riuscendo. Nel 2002 si
sono verificati 7.000 casi di aggressione e sette detenuti sono morti: la maggior
parte delle violenze era dovuta proprio a scontri tra gang. Nel 2003 l’attuale
politica è stata però appoggiata da una corte di appello di San Francisco: giudicando
il caso di Garrison Johnson, un detenuto afro-americano che si era rifiutato di
entrare in una gang e si sentiva più minacciato in un ambiente segregato, la corte
chiese all’imputato di provare l’impossibile, dimostrando che non ci sarebbe stata
violenza se la divisione razziale fosse cessata.
Il ricatto delle bande. Secondo molti sostenitori dell’attuale politica, sono le stesse bande – come
la mafia messicana – che spingono i loro affiliati ad aggregarsi a determinati
gruppi. “Se sei ispanico e i membri di una band ispanica ti vedono parlare con
un bianco o un nero – spiega alla Reuters un agente penitenziario – ti picchieranno
a sangue. Che fai allora? In altre parole, una parte della segregazione è imposta
dagli stessi detenuti”. Un modo di vedere con cui è d’accordo anche Roderick Hickman,
segretario dello
Yaca. “Se ci si aspetta che l’ambiente carcerario impedisca alla gente di fare comunella
con membri del loro stesso gruppo…chiederei il Nobel per la pace se qualcuno ci
riuscisse”, ha detto alla Reuters.
L’occasione di Schwarzy. Secondo la senatrice Romero, l’iniziale divisione imposta dalle autorità carcerarie
incoraggia l’auto-segregazione. “Il messaggio viene dato chiaramente fin dal giorno
in cui il detenuto arriva: sei nero? Vai di là”, spiega. “Ma sono ottimista. Credo
che la Corte Suprema ci darà ragione. Abbiamo de-segregato le scuole, l’esercito,
l’assegnazione delle case popolari. Ora anche il presidente Bush ha auspicato
la fine di ogni divisione razziale nel Paese. Il governatore Schwarzenegger ha
ereditato questa situazione, ora ha l’opportunità e la responsabilità di farla
finire”.