Un fiume di cinquecentomila visi silenziosi è sfilato sabato per le vie di Roma,
un movimento di persone che, portavoce di tanti che non hanno potuto raggiungere
la capitale, con sempre più affermata convinzione chiede di deporre le armi, di
cessare le carneficine che insanguinano il mondo, riempiono la nostra vita di
paure, di timori, di una crescente intolleranza; siamo in tanti a chiedere di
liberarci dalle “guerre” che stanno travolgendo tutto e in quel tutto travolgono
anche chi da sempre ha dato voce agli oppressi, alle violenze nascoste dalle facciate
politiche internazionali, ai soprusi perpetrati sulle donne, sui bambini: gli
indifesi che pagano con la loro vita il valore intoccabile di una fetta di mondo
ricco.
Un fiume di cinquecentomila persone ha chiesto la liberazione di Giuliana Sgrena,
giornalista del quotidiano Il Manifesto, una voce di pace, donna di coraggio e
che del coraggio di gridare la verità ha fatto missione della sua vita e della
carriera di giornalista “libera”.
Giuliana c’era quando la violenza di assurde idee integraliste si scagliava sulle
donne in Algeria e nei paesi che nascondono il loro agire violento e subdolo dietro
la facciata di una religione che non ha niente a che dividere con la fede e tanto
meno con Dio; c’era a difendere gli ultimi oppressi dalla dittatura di un’economia
sbagliata, c’era quando guerre, come quella che ora l’ha strappata dalla sua missione,
davano inizio a nuove carneficine ed un altro buco nero di violenza che non ha
mai fine. Le persone come Giuliana Sgrena nel mondo sbagliato delle guerre, sono
la voce di chi crede ancora che l’uomo non è solo figlio di “Caino”, che la violenza
genera sempre e solo violenza, che ogni guerra è sbagliata, che non esiste una
guerra giusta o più scusabile di altre e che, se non ci sono uomini e donne che
devono, per diritto acquisito, vivere e altre morire, il diritto alla vita spetta
a tutti.
Viviamo in un angolo di mondo che si afferma ”civile”, impregnato di parole come
democrazia, giustizia ed eguaglianza, ma che ha sempre più le sembianze d’un avvoltoio
pronto a dividersi quel che rimane sul terreno delle guerre, con quell’espressione
“civile” che chiamano spesso ricostruzione. Giuliana era a giro per il mondo per
guardare, meditare, porsi le domande di tutti e raccontare con libertà i soprusi,
le ingiustizie, le sopraffazioni; per questo dobbiamo aggiungere la nostra voce
al coro delle tante voci di pace, chiederne la liberazione, chiedere con lei che
ha sem pre creduto e lottato per questo, di “liberarci dalle guerre”.
Valerio Gardoni