09/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Centinaia di persone per le strade di Zinder hanno chiesto nuovi pozzi
ZinderQuindici chilometri di marcia ai margini del deserto del Sahara per raccontare al mondo l’acqua che vento e sabbia stanno portando via.

E’ questa l’iniziativa che si è svolta lo scorso 3 gennaio, promossa da alcuni volontari italiani e nigerini nell’arida regione di Zinder, in Niger.
Le associazioni Terra Patria ,Matassa ,Rete dei Comuni Solidali ,Federation Nigerienne d’Athletisme eLigue d’Athletisme de Zinder hanno così lanciato una campagna che richiama l’attenzione della comunità internazionale sulla scarsità dell’acqua nelle comunità delle etnie Peul, Tuareg e Hausa.

“Volevamo, ricordare al mondo che questi villaggi come tanti altri non dispongono di acqua, potabile e non”, racconta Pierangelo Destefanis, uno degli organizzatori dell’evento. “Il pericolo più grande per queste comunità è l' harmattan , il vento che soffia impietoso dalle dune del nord e che getta manciate di sabbia nei pozzi, rendendo l’acqua imbevibile. Questo genera una catena di problemi sanitari e igienici, ai quali sono esposti soprattutto i bambini”.

E sono proprio questi ultimi a pagare il prezzo dell’acqua che non c’è. “Camminano anche per 25 chilometri al giorno, pur di raggiungere un pozzo e portare un secchio d’acqua alle loro famiglie”, continua l’attivista. “I più fortunati hanno un mulo, ma sono pochi. Inoltre questa attività impedisce loro di andare a scuola, condannandoli a continui andirivieni per i sentieri impolverati di Zinder. Non c’è da stupirsi, se si pensa che ci sono appena due pozzi per 14 villaggi”.

Bambini Una buca piena d’acqua come fonte di salvezza. E’ per questo che Pierangelo e i suoi collaboratori hanno progettato la costruzione di altri due pozzi nella zona. “Le comunità e le famiglie si sono impegnate a raccogliere, entro un anno e tramite un sistema di autotassazione, la quota che è stata utilizzata per il progetto. Parte di quella quota verrà poi reinvestita nella costruzione di una scuola o di un ambulatorio medico”.

Nella marcia per l’acqua sono comunque confluiti l’entusiasmo e la determinazione di centinaia di persone. “Quando siamo partiti, eravamo in pochi; solo i bambini sembravano seguirci”, racconta Cristina, una volontaria presente alla manifestazione. “Poi, di villaggio in villaggio, tanti fra uomini e donne si sono uniti a noi. Chiedevano acqua per le proprie capanne. Chiedevano di sopravvivere”.

Pablo Trincia
 

Francesca Lancini

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