09/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Cresce la protesta dei famigliari dei militari statunitensi impegnati in Iraq
Bring my daddy home“Anche stavolta i cadaveri dei nostri ragazzi rientreranno in patria segretamente, nel cuore della notte, nella base aeronautica di Dover, Delaware.
Alle famiglie dei caduti non verrà nemmeno notificata la notizia e i rappresentanti dell’Amministrazione non saranno là, sulla pista, per l’occasione. Come il dolore dei soldati che hanno avuto la ‘fortuna’ (se di fortuna si tratta) di tornare vivi, ma orribilmente mutilati nella psiche e nel corpo, allo stesso modo le bare non vengono mostrate… Mi chiedo: è giusto tutto ciò?”

C’è molta amarezza nelle parole di Fred D’Amato, originario di Mount Pocono (Pennsylvania), il cui figlio è stato richiamato come riservista, lo scorso 9 febbraio, in Iraq.
Al ragazzo, fino ad oggi, è andata bene. Non è toccato lo stesso destino dei nove soldati statunitensi, il cui elicottero è stato abbattuto l’8 gennaio, in fase di decollo, nei pressi di Falluja.
Ma ormai l’indignazione è tale – per la lista di caduti che si allunga giorno dopo giorno e per il silenzio che avvolge i fatti – che questo padre ha sentito il dovere di parlare.

Dal sito www.mfso.org (Military Families Speak Out) ha lanciato un messaggio, che tutti i veterani e tutti gli americani dovrebbero leggere. Questa è un’organizzazione di gente comune che s’oppone alla guerra e ha parenti o amici nell’Esercito.
È nata nel novembre 2002 e, da allora, ha sviluppato una rete con le famiglie dei militari ovunque negli Stati Uniti, oltre che all’estero.
Dicono: “Sono i nostri cari che si trovano (e sono stati) al fronte; e rischiano di tornare mutilati e in un body bag; comunque sia, da quest’esperienza, essi torneranno fortemente segnati. Ecco perché abbiamo il dovere il parlare contro questa guerra”.

Bring my daddy home Contemporaneamente, è partita la Campagna “Bring them home now” (www.bringthemhomenow.org) che raggruppa famiglie di soldati, personale in servizio attivo, riservisti e chiunque si opponga alla guerra voluta dal presidente Bush.
Gli obiettivi sono due: la fine dell’occupazione dell’Iraq e simili avventure militari; e il ritorno immediato di tutte le truppe statunitensi alle loro basi.
“La verità sta uscendo”, si legge sul sito. “L’Amministrazione Bush ha mentito al popolo americano riguardo le motivazioni e il fine ultimo dell’invasione dell’Iraq”.
Il risultato è che le truppe sono oggi intrappolate in un pantano regionale, in gran parte provocato dalla Casa Bianca. Di conseguenza, “le azioni militari non sono percepite come liberazioni, ma come occupazioni; e, quindi, gli attacchi sono diventati quotidiani”.

All’invito di George Bush (“Bring ‘em on”), gli autori di questa Campagna replicano con un secco “Bring them home now!”. Il loro ultimatum suona così: “Basta truppe ferite o uccise in azione. Basta soldati psicologicamente danneggiati dal fatto stesso di terrorizzare, umiliare, ferire o uccidere gente innocente. Basta uomini e donne costretti a respirare un giorno in più polvere d’uranio impoverito. Basta famiglie divise”.

Alessandra Garusi
 
Categoria: Guerra
Luogo: Stati Uniti