30/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Una decina di persone fermate dalle Farc e trattenute per quattro ore. Tra questi un missionario italiano, don Angelo Casadei

"Sono riuscito a lasciare Florencia e mi trovo a Cartagena del Chairá. È stata una vera avventura. Sono partito da Florencia alle 8.12 del mattino. Alle 5 e alle 6 erano partiti altri due mezzi. Io ho deciso di affidarmi alla buonafede dei trasportatori".

 

colombia, blocco armatoSulla sua pelle. Questa la testimonianza di don Angelo. Che continua: "Abbiamo incominciato il viaggio. L'autista andava sparato e ogni volta che si passava un paesino si faceva il segno della croce. Poi all'improvviso, a poco più di metà strada, vediamo dei mezzi fermi: una Kia, una jeep, un'auto privata, due moto. Ci fermiamo e ci raccontano che la guerriglia li ha bloccati, ordinando di lasciare le auto e proseguire a piedi. Così i passeggeri si sono messi in cammino e sono rimasti solo gli autisti. Dopo di noi sono arrivati due camion. Appena resisi conto della situazione, i guidatori stavano facendo retro front quando dalla collina dove si trovava la guerriglia si è sentito uno sparo: due guerriglieri sono corsi verso i camion, intimando loro di fermarsi. È passato un lungo attimo e i due Farc sono venuti verso di noi chiedendo a tutti le chiavi delle macchine. Ma non tutti le hanno consegnate. Siamo rimasti fermi quattro ore. Poi il rumore di un elicottero militare che ha iniziato a sorvolare la zona, mantenendosi a una distanza di sicurezza per evitare di essere abbattuto dalla guerriglia. È bastato, però, a convencere le Farc che era meglio sparire all'orizzonte. Non ne valeva la pena. Così un primo autista si è avvicinato al suo mezzo e si è messo in viaggio. Dopo di lui una moto e poi noi, che partiamo a tutta birra e in un'ora arriviamo a Cartagena. Qui ci ci fanno un sacco di domande. Si era già sparsa la voce che avevano ucciso il medico che era con noi e che avevano incendiato una macchina e messo di traverso i camion. In ogni caso ci siamo presi un bello spavento, ma siamo vivi per raccontare questa ennesima storia missionaria. Questa sera sono stanco penso che andrò a letto presto, domani speriamo ci sia la linea fluviale per Remolino, in ogni caso la parte peggiore l'abbiamo passata". Eccole le ultime righe scritte da padre Angelo prima di inoltrarsi nel lungo viaggio verso Remolino del Caguán. Risalgono al 26 marzo. Da allora nessuna notizia, ma i collegamenti da quella sperduta parrocchia nel cuore dell'Amazzonia sono difficili da sempre.

"Marzo nero". Il blocco imposto dalle Farc è continuato per venti giorni e soltanto ieri sera sono arrivate alcune telefonate alle ditte di trasporto che ne annunciano la fine. Ma ancora niente di ufficiale. Finora, infatti, soltanto grazie a veicoli scortati dall'esercito i centri abitati del Caquetá non sono rimasti senza scorte alimentari. E con decine di soldati al seguito, hanno cominiciato a muoversi più agevolmente anche i cittadini. Che aspirano a un repentino ritorno alla normalità quanto prima. Anche se normalità da queste parti si intende vivere nel mezzo a due fuochi: centinaia di militari da una parte e centinaia di guerriglieri dall'altra.
Approfittando di questo "Marzo nero" - così le Farc hanno chiamato le prove di forza che hanno messo in atto in varie zone della Colombia, per commemorare un anno dalla scomparsa dei capi Marulanda e Reyes - lo Stato maggiore dell'esercito ha pensato bene di contrattaccare a suon di slogan. "Viaje seguro, el Ejército está en la vía" è quello meglio riuscito. Una vera e propria arma di difesa, tra le più azzeccate, dato che per tradizione ormai quarantennale, da queste parti si guarda con diffidenza più i soldati mandati da Bogotá che i guerriglieri rivoluzionari.

poliziotto osserva un camion bruciato dalle farcFianco a fianco. Per far sentire la gente protetta e libera di viaggiare nonostante l'attacco Farc, dunque, trecento soldati scortano da giorni ogni gruppo di viandanti, aprendo e chiudendo la carovana di automezzi. Il tutto con un manipolo di militari apripista, che con mezz'ora di anticipo sul resto del gruppo, scongiurano posti di blocco Farc o scontri a fuoco in atto. Nell'aree urbane, invece, è la polizia a cercare di tenere le redini della sicurezza, mentre nelle campagne è affiancata dai soldati.
Il segretario de Gobierno Departamental, Edilberto Ramón Endo, ha comunque precisato che nella zona di San Vicente del Caguán e Cartagena del Chairá si registra una relativa calma e questo fa ben sperare che il viaggio di padre Angelo sia andato a buon fine.
Le autorità del Caquetá, i commercianti, i trasportatori e la comunità in generale si aspettano che le Farc tolgano il paro quanto prima, dato che non pare aver motivo di estenderlo ulteriormente. E così sembra stia avvenendo
Nelle medesime condizioni si trovano le regioni del Putumayo, Arauca e Huila.

I numeri non quadrano. Intanto, a livello nazionale, le Farc fanno sapere che sono pronte allo scambio umanitario, da tempo ricercato, e che vorranno quali mediatori l'associazione Colombianos y Colombianas por la Paz. Precisando che, contrariamente al passato, non si impunteranno sul luogo in cui verrà effettuato el canje, le Farc hanno voluto precisare il numero di persone che detengono in ostaggio. E, mentre le cifre sui cosiddetti prigionieri di guerra, ossia venti tra militari e poliziotti, quadrano, se ne escono con una dichiarazione sui cosiddetti prigionieri per la ley 002 che fa riflettere. Si tratta di sequestrati che, secondo le regole della guerriglia, non hanno pagato l'imposta rivoluzionaria e quindi vengono rapiti fino a che i familiari non saldano il conto. "Le cifre ufficiali insistono, attraverso un'insistente campagna,che le Farc avrebbero in loro potere almeno 3800 detenuti per ragioni economiche. Abbiamo consultato tutte le strutture politico-militari dispiegate nel territorio nazionale e possiamo dire, dietro nostra piena responsabilità, che abbiamo soltanto nove detenuti per la ley 002". Questa la parola delle Farc.

 

Stella Spinelli

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