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Gurami Bethlehemishvili è un contadino di 45 anni, ma ne dimostra molti
di più. Nel suo villaggio di montagna di Kveshi, nel nord della
Georgia, non arriva l’acqua e nemmeno il gas. Qui non ci sono dottori.
La gente vive con poco. “Shevardnadze voleva comandare fino alla morte,
ma la gente non glielo ha permesso – dice soddisfatto Gurami da
sopra un trattore. Ora, con l’arrivo di un nuovo presidente, spero
che le cose andranno meglio”. Zurab Jinoria lavora come muratore in un
cantiere edile alla periferia della capitale, Tbilisi. “Secondo me
Misha è l’unico politico che può cambiare questo sistema corrotto”.
Nunu Dumbadze è una giovane della piccola borghesia georgiana. Insegna
in un liceo della città. “Io ho votato per Misha perché voglio credere
che con lui avremo un futuro migliore in Georgia”. Iya Iyashvili è un
ex professore universitario. Ora è in pensione: prende poco più di
sette dollari al mese. “La rivoluzione di novembre ci ha ridato la
speranza. Per questo devo ringraziare Saakashvili”.
Questo pensano i georgiani di Mikhael Saakashvili, detto ‘Misha’, il
leader dell’opposizione che lo scorso novembre, dopo le contestatissime
elezioni vinte dal presidente Shevardnadze, ha guidato per tre
settimane la protesta nelle piazze della capitale, fino a costringere
l'anziano leader alle dimissioni con l’occupazione pacifica del
parlamento il 23 novembre. Questa ‘rivoluzione delle rose’, come
l’hanno chiamata, ha dato una nuova speranza ai georgiani, nauseati da
un regime politico disonesto e corrotto che ha portato al Paese solo
guerre civili, conflitti etnici, povertà e disoccupazione. E per questo
ieri Misha ha fatto il pieno di voti (85 per cento seconod le prime
proiezioni) alle elezioni presidenziali. Gli altri cinque candidati
hanno preso solo le briciole.
Saakashvili, 36 anni, laureato in legge negli Stati Uniti, non ha fatto
tutto da solo. Ad aiutarlo sono stati due americani: il miliarda rio
George Soros, per mezzo della sua potente fondazione internazionale, l’Open Society Institute, e l’ambasciatore Usa a Tbilisi, Richard Miles,
esperto di rivoluzioni pacifiche e, non a caso, ex ambasciatore Usa a
Belgrado durante l’analoga rivolta di piazza che nel 2000 portò alla
cacciata di Milosevic dal potere. Gli Stati Uniti, che sanno bene come
operare “cambi di regime” senza scatenare guerre, non si fidavano più
dell’anziano Shevardnadze, non lo consideravano politicamente più in
grado di garantire la stabilità della Georgia in un momento in cui la
repubblica caucasica diventa di enorme rilevanza per gli interessi
economici di Washington e dell’Occidente in generale.
Sono infatti entrati in fase avanzata i lavori per la costruzione di
quella che molti chiamano ‘la nuova Via della seta’, il mega-oleodotto
da 1.760 chilometri e tre miliardi di dollari che dal 2005 porterà il
petrolio del Mar Caspio dalle coste dell’Azerbaijan (Baku) fino a
quelle turche (Ceyhan), e quindi ai mercati occidentali, attraverso la
Georgia, aggirando Russia e Iran. Il consorzio che sta dietro al
progetto è guidato dalla British Petroleum inglese, e vi aderiscono,
tra gli altri, la Unocal americana, la Statoli norvegese, la
Total-Elf-Fina francese e l’Eni italiana. Un progetto che il neoletto
Misha ha già posto in cima alle priorità del suo mandato. Non poteva
essere altrimenti. Ma soprattutto un progetto in cui tutti i georgiani
ripongono molte speranze, augurandosi una ricaduta economica ed
occupazionale. Anche se per ora, gli unici georgiani ad aver tratto
beneficio dal ‘BTC’ (nome tecnico dell’oleodotto che sta per
Baku-Tbilisi-Ceyhan) sono le poche centinaia di operai assunti nei
cantieri (ma che a lavori terminati verranno licenziati) e i contadini
che, in cambio dei loro terreni espropriati per il passaggio dei tubi,
hanno ricevuto indennizzi dal governo.
Intanto a Tbilisi si festeggia il coronamento della ‘rivoluzione delle
rose’. Nei chioschetti di fiori del centro si vendono rose a tutto
andare: “Sono diventate un fiore speciale, il simbolo della giustizia e
della vittoria”, dice raggiante un fioraio della capitale.