05/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Mikhael Saakashvili è stato eletto nuovo presidente della repubblica caucasica
Mikhael Saakashvili Gurami Bethlehemishvili è un contadino di 45 anni, ma ne dimostra molti di più. Nel suo villaggio di montagna di Kveshi, nel nord della Georgia, non arriva l’acqua e nemmeno il gas. Qui non ci sono dottori. La gente vive con poco. “Shevardnadze voleva comandare fino alla morte, ma la gente non glielo ha permesso – dice soddisfatto Gurami da sopra un trattore. Ora, con l’arrivo di un nuovo presidente, spero che le cose andranno meglio”. Zurab Jinoria lavora come muratore in un cantiere edile alla periferia della capitale, Tbilisi. “Secondo me Misha è l’unico politico che può cambiare questo sistema corrotto”. Nunu Dumbadze è una giovane della piccola borghesia georgiana. Insegna in un liceo della città. “Io ho votato per Misha perché voglio credere che con lui avremo un futuro migliore in Georgia”. Iya Iyashvili è un ex professore universitario. Ora è in pensione: prende poco più di sette dollari al mese. “La rivoluzione di novembre ci ha ridato la speranza. Per questo devo ringraziare Saakashvili”.

Mikhael Saakashvili Questo pensano i georgiani di Mikhael Saakashvili, detto ‘Misha’, il leader dell’opposizione che lo scorso novembre, dopo le contestatissime elezioni vinte dal presidente Shevardnadze, ha guidato per tre settimane la protesta nelle piazze della capitale, fino a costringere l'anziano leader alle dimissioni con l’occupazione pacifica del parlamento il 23 novembre. Questa ‘rivoluzione delle rose’, come l’hanno chiamata, ha dato una nuova speranza ai georgiani, nauseati da un regime politico disonesto e corrotto che ha portato al Paese solo guerre civili, conflitti etnici, povertà e disoccupazione. E per questo ieri Misha ha fatto il pieno di voti (85 per cento seconod le prime proiezioni) alle elezioni presidenziali. Gli altri cinque candidati hanno preso solo le briciole.

Shevardnadze Saakashvili, 36 anni, laureato in legge negli Stati Uniti, non ha fatto tutto da solo. Ad aiutarlo sono stati due americani: il miliarda rio George Soros, per mezzo della sua potente fondazione internazionale, l’Open Society Institute, e l’ambasciatore Usa a Tbilisi, Richard Miles, esperto di rivoluzioni pacifiche e, non a caso, ex ambasciatore Usa a Belgrado durante l’analoga rivolta di piazza che nel 2000 portò alla cacciata di Milosevic dal potere. Gli Stati Uniti, che sanno bene come operare “cambi di regime” senza scatenare guerre, non si fidavano più dell’anziano Shevardnadze, non lo consideravano politicamente più in grado di garantire la stabilità della Georgia in un momento in cui la repubblica caucasica diventa di enorme rilevanza per gli interessi economici di Washington e dell’Occidente in generale.

Oleodotto Sono infatti entrati in fase avanzata i lavori per la costruzione di quella che molti chiamano ‘la nuova Via della seta’, il mega-oleodotto da 1.760 chilometri e tre miliardi di dollari che dal 2005 porterà il petrolio del Mar Caspio dalle coste dell’Azerbaijan (Baku) fino a quelle turche (Ceyhan), e quindi ai mercati occidentali, attraverso la Georgia, aggirando Russia e Iran. Il consorzio che sta dietro al progetto è guidato dalla British Petroleum inglese, e vi aderiscono, tra gli altri, la Unocal americana, la Statoli norvegese, la Total-Elf-Fina francese e l’Eni italiana. Un progetto che il neoletto Misha ha già posto in cima alle priorità del suo mandato. Non poteva essere altrimenti. Ma soprattutto un progetto in cui tutti i georgiani ripongono molte speranze, augurandosi una ricaduta economica ed occupazionale. Anche se per ora, gli unici georgiani ad aver tratto beneficio dal ‘BTC’ (nome tecnico dell’oleodotto che sta per Baku-Tbilisi-Ceyhan) sono le poche centinaia di operai assunti nei cantieri (ma che a lavori terminati verranno licenziati) e i contadini che, in cambio dei loro terreni espropriati per il passaggio dei tubi, hanno ricevuto indennizzi dal governo.

Manifestazione Intanto a Tbilisi si festeggia il coronamento della ‘rivoluzione delle rose’. Nei chioschetti di fiori del centro si vendono rose a tutto andare: “Sono diventate un fiore speciale, il simbolo della giustizia e della vittoria”, dice raggiante un fioraio della capitale.
Gli unici a non festeggiare sono gli inquilini del Cremlino, a Mosca, che nella vittoria di Saakashvili vedono la definitiva perdita di influenza sulla Georgia. Molti temono che la Russia, pur di riguadagnare un peso negli affari interni del Paese, possa tornare ad istigare, come ha già fatto in passato, i separatismi locali nelle regioni georgiane dell’Ossezia del Sud, territorio indipendente di fatto che ora chiede l’annessione alla Russia, e dell’Ajaria, enclave musulmana sulle coste del Mar Nero (e sede della principale base militare russa in Georgia) governata dall’autoritario nostalgico dell’era sovietica Aslan Abashidze, che aveva minacciato di boicottare le elezioni. Cosa che, per fortuna, non ha fatto.

Enrico Piovesana
 
Categoria: Elezioni
Luogo: Georgia