03/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Un testimone racconta la scena tremenda
Chiclayo“Ieri ho assistito alla scena più drammatica da quando sono qui in Perù. Due poliziotti hanno picchiato tre bambini. Prima li avevano ammanettati e spinti contro il muro. Il più grande avrà avuto quindici anni. Il più piccolo era alto più o meno un metro e venti tanto che l’agente, grande e grosso, per picchiarlo doveva abbassarsi”. A raccontarlo a PeaceReporter è Omar Marcenaro, un laureando in ingegneria che per motivi di studio è a Chiclayo, nella regione peruviana Lambayeque, a 770 chilometri a nord ovest di Lima, ormai da venti giorni. Stava tornando da una conferenza sulla produzione di riso. Era su un mototaxi lungo la strada che ogni giorno percorre per andare all'università. “Lungo un muraglione che costeggia la facoltà – spiega con dettagli inquietanti lo studente genovese - c'era una jeep dalla polizia, ferma. Poco più in là due agenti e tre persone ammanettate, faccia al muro e con le mani in alto”. Avvicinandosi la scena è apparsa in tutta la sua crudeltà. “Il mio mototaxi avanzava lento – riprende Omar -, percorrendo la strada sterrata e piena di buche. All’improvviso mi sono reso conto: ammanettati, con le facce al muro, erano bambini. Proprio mentre ci avvicinavamo, i poliziotti hanno iniziato a picchiarli. Ovunque. Indistintamente, dal più grande al più piccolo. Colpendoli anche sulla testa. A quel punto eravamo proprio alla loro altezza e la jeep mi oscurava la vista dei bimbi, pochi metri più avanti”.

Il mototaxi procedeva, adagio, tra un buca e un sasso, come se nulla fosse. “Non so perché – racconta - ma mi è venuto l’istinto di scendere e, vedendo l’indifferenza dell’autista, mi sono chiesto se qui sia una cosa normale assistere a queste scene”. A questo punto Omar è saltato giù. “Chissà – ammette - forse mi sono sentito una sorta di Don Chisciotte, paladino illuso della giustizia. Nel giro di pochi secondi un agente mi si è avvicinato come una furia, indicandomi il mototaxi e ordinandomi di risalirci immediatamente. Continuava a parlare, minaccioso, mostrando il manganello. Mi guardava con disprezzo”. L’altro poliziotto, invece, continuava a tenere sotto controllo i piccoli prigionieri, che nel frattempo avevano osato solo sbirciare di sottocchio quanto stava accadendo. "Poi ha esitato - precisa Omar, con commozione - Per un momento l'ho visto titubare. Era indeciso se tenere sotto tiro i tre bambini o venire verso di me. Mi ha guardato. Fisso e duro. Poi mi ha lasciato perdere e ha scelto loro".
Il taxista si era fermato, a dieci metri di distanza.

“Ho parlato e urlato in italiano – riprende Omar, nascondendo a fatica l’emozione - alzando la voce più di quanto facesse lui. Per la prima volta non ho avuto paura, ho sentito il fuoco dentro e una voglia matta di fare qualcosa. Ma il mio impeto si è poco dopo trasformato in pianto, in senso di impotenza. Mi sono sentito piccolo, non all'altezza della situazione. Cosa potevo fare?”. A quel punto il giovane genovese ha desistito ed è risalito sul mototaxi, ma appena finito di costeggiare il muro che porta all’università, ha avuto l’idea di filmare tutto. “Ho preso un altro taxi. Ma imboccata la via ho visto l'auto della polizia che se ne andava. Con mia grande gioia, senza nessuno a bordo. Per questa volta”.

Stella Spinelli
 
Categoria: Bambini
Luogo: Perù