23/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La Cia accusata di arrestare presunti terroristi all'estero. Ma a volte sbaglia
Il logo della CiaScaricato su un’anonima strada alla frontiera tra l’Albania e la Macedonia, il 41enne tedesco-libanese Khaled el-Masri avrebbe tanto voluto raccontare la sua odissea a qualcuno. Provò a sfogarsi con una guardia di confine, ma in cambio ricevette solo una risata di scherno. El-Masri sosteneva di essere stato rapito da agenti macedoni e poi consegnato ai servizi segreti americani, che l’avevano portato in un carcere dell’Afghanistan. Dopo centocinquanta giorni di interrogatori, pestaggi e scioperi della fame, chi l’aveva imprigionato senza processo aveva deciso che di lui non sapeva più che farsene. A distanza di nove mesi dalla sua liberazione, ora della storia di el-Masri non ride più nessuno. Perché gli investigatori si sono convinti che sia vera.
 
Rapimenti segreti. La vicenda è uno dei tasselli di un puzzle scomodo per gli Usa: e cioè l’abitudine della Cia, sotto le nuove direttive della guerra al terrorismo, di prelevare presunti fiancheggiatori di al-Qaida in Paesi amici per poi consegnarli a Stati dove chi conduce gli interrogatori non si preoccupa di rispettare i diritti civili dei prigionieri, oppure per portarli direttamente in una delle basi militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan. Ma nell’ultimo periodo sono emerse storie di persone tenute in custodia per mesi – a Guantanamo, a Bagram, oppure spedite in Egitto e Giordania – e poi rilasciate, dopo essere state private di tutti i loro diritti. Il caso di Khaled el-Masri è uno di questi.
 
El-Masri è stato fermato al confine con tra Serbia e Macedonia, vicino a SkopjeCinque mesi in carcere. Secondo il suo racconto, il 31 dicembre 2003 l’uomo aveva preso un pullman a Monaco, destinazione Macedonia. Voleva prendersi una settimana di vacanza, aveva appena litigato con la moglie. Al confine serbo-macedone la polizia di Skopje lo arrestò. Dopo tre settimane di interrogatori, un agente gli confessò che “la questione non è più affare nostro”, e otto uomini mascherati lo imbarcarono su un aereo, lo legarono stretto e gli iniettarono un sedativo. In una città che el-Masri crede essere Kabul, diversi uomini che parlavano con accento americano lo picchiarono. Dopo aver professato per mesi la sua innocenza, in maggio l’uomo fu riportato in Albania e trasportato in macchina fino al confine macedone.
 
Gli indizi gli danno ragione. La rivista Newsweek e gli investigatori tedeschi hanno trovato diversi indizi che suffragano il racconto di el-Masri. Innanzitutto, dei piani di volo rivelano che l’intelligence americana ha usato un Boeing 737 per interrogare presunti terroristi in giro per il mondo. Secondo queste carte, il velivolo atterrò a Skopje il 23 gennaio 2004 e ripartì nella notte per Baghdad e poi per Kabul. Il timbro di uscita dalla Macedonia sul passaporto del tedesco-libanese è proprio di quel giorno. Nella sua testimonianza, il conducente del bus per Skopje ha confermato il prelevamento di el-Masri. Grazie a un esame chiamato “analisi degli isotopi” su un capello dell’uomo, capace di rilevare sostanze come lo zolfo, alcuni scienziati tedeschi potranno determinare con buona attendibilità i luoghi in cui el-Masri è stato negli ultimi mesi: i primi risultati indicano, tra gli altri, l’Afghanistan. “Non c’è nessuna indicazione che stia mentendo”, ha detto di el-Masri al settimanale Der Spiegel Martin Hofmann, il pubblico ministero di Monaco che sta indagando sul caso.
 
Il direttore della Cia, Porter GossUno scambio di persona? Secondo le autorità di Neu-Ulm, la cittadina vicino a Stoccarda dove el-Masri abita con la moglie e i quattro figli, l’uomo è un tranquillo membro della comunità locale. Frequenta un centro multiculturale che la polizia tiene d’occhio perché ci girano alcuni islamici coinvolti in affari sospetti; e si pensa che conosca Reda Seyam, un presunto membro di al-Qaida, anche se non è mai emersa alcuna prova della partecipazione di el-Masri in attività terroristiche. Il suo rapimento sarebbe dovuto al racconto di uno yemenita di Amburgo, che ha detto alla Cia di aver incontrato una volta su un treno un tale “Khalid al-Masri”, il quale avrebbe aiutato Mohammed Atta e altri dirottatori dell’11 settembre a stabilire contatti con membri di al-Qaida in Germania. Data la concomitanza col processo di distensione tra Germania e Stati Uniti, dopo le forti differenze di vedute sulla questione irachena, secondo Der Spiegel Berlino non vuole dare troppa pubblicità al caso. Ma durante una recente visita a Washington, il ministro degli Interni Oscar Schily ha incontrato il direttore della Cia Porter Goss, verosimilmente per sincerarsi che l’episodio non si ripeta.

Alessandro Ursic

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