23/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Allarme dell'Onu: "Paese al collasso, rischio terrorismo"
La copertina del rapporto UndpTre anni dopo la cacciata del regime talebano, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha pubblicato il primo rapporto sulla situazione sociale dell’Afghanistan mai realizzato nella storia di questo paese. Un rapporto che mostra una situazione disastrosa, in netto contrasto con la propaganda fatta da chi, per giustificare a posteriori l’intervento armato del 2001, parla di ritorno della libertà, della democrazia, della pace e del benessere. Una situazione che dimostra non solo i danni sociali causati dalla guerra e dalla perdurante presenza militare straniera, ma anche l’assenza di una reale ricostruzione post-bellica e il rischio concreto che il paese, sostanzialmente abbandonato a se stesso, riprecipiti in una situazione di caos e ritorni ad essere un paradiso del terrorismo internazionale.

Un quadro allarmante. Le 288 pagine del rapporto, intitolato “Sicurezza dal volto umano”, sono piene di numeri e dati che dipingono una fotografia allucinante delle condizioni di vita del popolo afgano.
L’Afghanistan risulta al 173° posto, su 178, nella classifica di sviluppo dei paesi: solo cinque Stati africani (Burundi, Mali, Burkina Faso, Niger e Sierra Leone) sono più poveri dell'Afghanistan.
La mortalità infantile è tra le più elevate al mondo: un bambino su cinque muore prima di aver compiuto cinque anni per malattie che normalmente sono curabili.
Afgani in un villaggio L’Afghanistan è il paese al mondo con il maggior numero di bambini che muoiono per infezioni legate alla non potabilità dell’acqua: uno su otto. Nelle zone rurali solo il 30 per cento della popolazione ha accesso all’acqua potabile, il 60 per cento in quelle urbane.
L’aspettativa di vita media degli afgani è di soli 44 anni, contro una media di 65 nei paesi confinanti. Un afgano su cinque è denutrito, non avendo la possibilità di soddisfare il fabbisogno calorico giornaliero (almeno 2 mila chilocalorie al giorno).
La situazione scolastica ed educativa è la peggiore del pianeta: solo il 28 per cento degli afgani maggiori di quindici anni sa leggere e scrivere, solo una ragazza su cinque va a scuola.
Le donne sono quelle che soffrono di più a causa della loro emarginazione sociale (malnutrizione, mancanza di cure mediche, violenze domestiche, stupri, matrimoni forzati): in media muore una donna ogni mezz’ora per problemi di gravidanza. La mortalità materna è sessanta volte più alta di quella registrata nei paesi sviluppati.
L’economia nazionale è cresciuta, ma in maniera assolutamente distorta: la coltivazione e il traffico di droga rimangono la principale fonte di reddito, un reddito distribuito in maniera tremendamente diseguale: il 30 per cento più povero della popolazione ne riceve solo il 9 per cento, il 30 per cento più ricco invece più della metà.
La situazione politica, a parte le recenti elezioni, non è migliorata: continuano le violenze e le angherie dei signori della guerra, gli abusi e le torture delle forze di sicurezza governative e gli attacchi dei talebani.

Soldato Usa con un prigioniero afgano Critiche dirette agli Usa. E continua una presenza militare straniera che “contribuisce a creare un clima di paura, intimidazione, terrore e illegalità (…), e che invece non incide minimamente sui problemi di ingiustizia e disuguaglianza sociale che a lungo termine costituiscono la maggiore minaccia alla sicurezza”. Il rapporto critica anche i progetti di ricostruzione gestiti dai militari Usa, giudicati “inadeguati e pericolosi” perché, essendo usati come strumento di pressione sulle comunità locali per ottenere informazioni sui talebani, finiscono con il mettere in cattiva luce il lavoro degli operatori umanitari civili e a rischio la loro sicurezza.
“Se questa situazione non migliora – è scritto nel rapporto – l’Afghanistan collasserà presto sprofondando in uno stato di insicurezza che rappresenterebbe una grave minaccia non solo per la popolazione locale, ma anche per la comunità internazionale (…), la quale rischia così di pagare in futuro un caro prezzo per difendere se stessa, un prezzo molto più alto di quello che basterebbe per garantire veramente lo sviluppo e la pace di questo paese”.  
Dopo aver lanciato una frecciata al governo Usa sullo squilibrio tra i soldi che spende per le operazioni militari in Afghanistan (un miliardo di dollari al mese) e per la ricostruzione (un miliardo all’anno, e non tutto destinato a scopi ‘puramente civili’, ndr), il rapporto si conclude con un giudizio politico assai critico: “Lo sviluppo e il benessere della popolazione, più che la forza militare, sono le chiavi per risolvere i complessi problemi dell’Afghanistan, e sono obiettivi che non devono essere sacrificati in nome degli interessi nazionali di paesi stranieri”. 

Enrico Piovesana

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