
Tre anni dopo la cacciata del regime talebano, il Programma di Sviluppo
delle Nazioni Unite ha pubblicato il primo
rapporto sulla
situazione sociale dell’Afghanistan mai realizzato nella storia di
questo paese. Un rapporto che mostra una situazione disastrosa, in
netto contrasto con la propaganda fatta da chi, per giustificare a
posteriori l’intervento armato del 2001, parla di ritorno della
libertà, della democrazia, della pace e del benessere. Una situazione
che dimostra non solo i danni sociali causati dalla guerra e dalla perdurante
presenza militare straniera, ma anche
l’assenza di una reale ricostruzione post-bellica e il rischio concreto
che il paese, sostanzialmente abbandonato a se stesso, riprecipiti in
una situazione di caos e ritorni ad essere un paradiso del terrorismo internazionale.
Un quadro allarmante. Le 288 pagine del rapporto, intitolato “Sicurezza
dal volto umano”, sono piene di numeri e dati che dipingono una
fotografia allucinante delle condizioni di vita del popolo afgano.
L’Afghanistan risulta al 173° posto, su 178, nella classifica di
sviluppo dei paesi: solo cinque Stati africani (Burundi, Mali, Burkina
Faso, Niger e Sierra Leone) sono più poveri dell'Afghanistan.
La mortalità infantile è tra le più elevate al mondo: un bambino su
cinque muore prima di aver compiuto cinque anni per malattie che normalmente
sono curabili.

L’Afghanistan è il paese al mondo con il maggior numero di bambini che
muoiono per infezioni legate alla non potabilità dell’acqua: uno su
otto. Nelle zone rurali solo il 30 per cento della popolazione ha
accesso all’acqua potabile, il 60 per cento in quelle urbane.
L’aspettativa di vita media degli afgani è di soli 44 anni, contro una media di
65
nei paesi confinanti. Un afgano su cinque è
denutrito, non avendo la possibilità di soddisfare il fabbisogno
calorico giornaliero (almeno 2 mila chilocalorie al giorno).
La situazione scolastica ed educativa è la peggiore del pianeta: solo
il 28 per cento degli afgani maggiori di quindici anni sa leggere e
scrivere, solo una ragazza su cinque va a scuola.
Le donne sono quelle che soffrono di più a causa della loro emarginazione sociale
(malnutrizione, mancanza di cure mediche,
violenze domestiche, stupri, matrimoni forzati): in media muore una
donna ogni mezz’ora per problemi di gravidanza. La mortalità materna è
sessanta volte più alta di quella registrata nei paesi sviluppati.
L’economia nazionale è cresciuta, ma in maniera assolutamente distorta:
la coltivazione e il traffico di droga rimangono la principale fonte di
reddito, un reddito distribuito in maniera tremendamente
diseguale: il 30 per cento più povero della popolazione ne riceve solo
il 9 per cento, il 30 per cento più ricco invece più della metà.
La situazione politica, a parte le recenti elezioni, non è migliorata:
continuano le violenze e le angherie dei signori della guerra, gli
abusi e le torture delle forze di sicurezza governative e gli attacchi
dei talebani.
Critiche dirette agli Usa. E continua una presenza militare straniera
che “contribuisce a creare un clima di paura, intimidazione, terrore e
illegalità (…), e che invece non incide minimamente sui problemi di
ingiustizia e disuguaglianza sociale che a lungo termine costituiscono
la maggiore minaccia alla sicurezza”. Il rapporto critica anche i
progetti di ricostruzione gestiti dai militari Usa, giudicati
“inadeguati e pericolosi” perché, essendo usati come strumento di
pressione sulle comunità locali per ottenere informazioni sui talebani,
finiscono con il mettere in cattiva luce il lavoro degli operatori
umanitari civili e a rischio la loro sicurezza.
“Se questa situazione non migliora – è scritto nel rapporto –
l’Afghanistan collasserà presto sprofondando in uno stato di
insicurezza che rappresenterebbe una grave minaccia non solo per la
popolazione locale, ma anche per la comunità internazionale (…), la
quale rischia così di pagare in futuro un caro prezzo per difendere se
stessa, un prezzo molto più alto di quello che basterebbe per garantire
veramente lo sviluppo e la pace di questo paese”.
Dopo aver lanciato una frecciata al governo Usa sullo squilibrio tra i
soldi che spende per le operazioni militari in Afghanistan (un miliardo di
dollari al mese) e per la ricostruzione (un miliardo all’anno, e non
tutto destinato a scopi ‘puramente civili’, ndr), il rapporto si
conclude con un giudizio politico assai critico: “Lo sviluppo
e il benessere della popolazione, più che la forza militare, sono le
chiavi per risolvere i complessi problemi dell’Afghanistan, e sono
obiettivi che non devono essere sacrificati in nome degli interessi
nazionali di paesi stranieri”.