31/12/2003
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Il 26 dicembre sono partiti i primi soldati alla volta del Qatar e del Kuwait
scritto per noi da
Piergiorgio Pescali
"Il nostro Paese non deve cedere al terrorismo, noi continueremo a
portare avanti gli impegni che ci siamo assunti per l'aiuto umanitario
e la ricostruzione in Iraq come membri della comunita' internazionale.
Non ci saranno cambiamenti nella nostra politica''. Junichiro Koizumi,
primo ministro giapponense, lo aveva dichiarato il primo dicembre di
quest'anno, all'indomani dell'attentato di Tikrit, nel nord dell'Iraq,
dove erano stati uccisi due diplomatici di Tokyo, Katsushiko Oku, di 45
anni, e Masamori Inoue.
Il dieci dicembre 2003 il governo aveva ottenuto l'approvazione del
Parlamento per l'invio di truppe e il 26 scorso i primi soldati sono
partiti.
Secondo due agenzie di stampa, i militari potrebbero appartenere
all'aviazione, il loro numero non e' stato precisato, si sa che sono
decollati dall'aeroporto internazionale di Narita alla volta del Qatar
e del Kuwait. Il piano strategico, sempre secondo indiscrezioni di
stampa, consisterebbe nella dislocazione di un primo contingente di 450
uomini entro la fine di dicembre, mentre un successivo invio di 550
militari raggiungerà la destinazione finale, Samawah, a 80 km ad ovest
di Nasiriya, tra il febbraio e marzo del 2004.
Questi in sintesi i fatti.
Vi sono, tuttavia, alcuni elementi che rendono critica, sia sul piano
interno che internazionale, la partecipazione del Paese del Sol Levante
al conflitto iracheno. L'articolo 9 della costituzione impedisce a
Tokyo l' impiego di propri soldati all'estero. Dopo la Seconda Guerra
Mondiale, la nuova Costituzione, ispirata dagli Usa, vietava la
ricostruzione delle Forze Armate e l'invio di militari al di fuori
dell'arcipelago. Le forze armate nipponiche, definite di sola
"autodifesa", erano state utilizzate nel 1993 in Cambogia e nel 1999 a
Timor Est, ma la loro dislocazione era avvenuta dopo un processo di
pacificazione. In Afghanistan, poi, era stato inviato solo il Kirishima
, una nave appoggio.
Questi elementi hanno aperto un ampio dibattito nel Paese. Il New
Komeito , secondo partito della coalizione governativa, di tendenze
pacifiste, appoggiato dalla potente Soka Gakkai, gruppo religioso di
origine buddista, non è stato in grado di imporre a Koizumi una
politica almeno neutrale nei confronti degli americani, di cui il
premier è uno stretto alleato.
La signora Sadako Ogata, ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i
Rifugiati (UNHCR), ha sostenuto che "è impossibile parlare di
ricostruzione quando il personale straniero è bersaglio di una guerra
non ancora terminata. Dovremmo invece aspettare che la situazione in
Iraq abbia raggiunto una sicurezza tale da permettere di dedicare i
nostri sforzi al popolo iracheno».
La leader del Partito Social Democratico, Takako Doi, nota per le sue
battaglie a favore dei diritti civili, ha aggiunto: " Si tratta di un
atto gravissimo per il Giappone e per la pace nel mondo».
Infine, secondo un'indagine condotta all'inizio del mese dal quotidiano
Mainichi Shinbun , l'opinone pubblica non condivide le scelte del
governo.
Il 43 per cento degli intervistati ha risposto che il Giappone non
dovrebbe inviare le proprie truppe in Iraq, mentre il 40 per cento
sostiene che almeno bisognerebbe posticipare la missione. Solo il 9 per
cento ha risposto che bisognerebbe inviare le truppe al più
presto. Scende anche il sostegno popolare all'amministrazione
Koizumi, pari al 42 per cento degli intervistati, circa il 14 per cento
in meno rispetto al sondaggio svolto in ottobre.
Molti osservatori sostengono che in questo quadro è possibile prevedere
un'intensificazione del dibattito interno, perché in caso di
coinvolgimento diretto di soldati nipponici in combattimenti, la
pressione dell'opinione pubblica e dei partiti contrari all'intervento
in Iraq, potrebbe mettere il primo ministro in serie difficoltà.
Per quel che riguarda, invece, il piano internazionale del problema, la
Cina, dopo aver considerato "nuovo" il ruolo politico-militare del
Giappone, ha deciso di intensificare la presenza militare sulle proprie
coste, in particolare quella di fronte a Taiwan.