19/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La commissione degli Stati americani indaga sul problema insicurezza alla frontiera con la Colombia, snobbando il dramma fumigazioni

Una delegazione di pace dell'Oea (Organizzazione Stati Americani) sta battendo palmo palmo la frontiera tra Ecuador e Colombia con l'intento di raccogliere testimonianze dirette sullo stato di insicurezza e paura in cui versano gli ecuadoriani al confine. Si tratta di un'area molto calda, teatro di continui sconfinamenti di gruppi armati colombiani, che considerano la parte ecuadoriana un porto franco in cui refrigerarsi, rilassarsi e approfittarsi di tutto e di tutti. In un luogo dove i tutti sono semplici contadini che tirano avanti lavorando duro. A entrare spudoratamente in terra d'Ecuador senza bussare, però, non sono solo guerriglieri e paramilitari.

 

rio san miguel, frontiera ecuador colombiaNon solo clandestini. Fu proprio su questo confine incandescente, infatti, in un accampamento lungo l'ecuadoriano rio San Miguèl, che le forze armate colombiane uccisero, attaccandolo via terra e via aria, Raul Reyes, portavoce delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Un attacco militare in piena regola all'insaputa di Quito. Da allora - era il primo marzo 2008 - dopo aver rasentato il conflitto, i rapporti tra Quito e Bogotà sono rimasti freddi, tanto da ispirare la nascita della delegazione di Pace dell'Oea, ora in missione ispettiva. Due le mete: Esmeraldas, sulla costa pacifica, e Sucumbíos, in piena area amazzonica, dove si trovano le zone più coinvolte in questa complessa vicenda, ossia General Farfán, Puerto Nuevo, Puerto Mestanza ed El Palmar. E proprio qui, PeaceReporter si recò oltre un anno fa per raccogliere testimonianze e prove dirette dei disagi e della disperazione degli abitanti.

 

fumigazioni in territorio colombianoL'inferno all'improvviso. Perché, in quella frontiera amazzonica lontana da città, servizi e comodità, vivono centinaia di persone. Le terre fertili e il buon clima, infatti, uniti ai proclami governativi lanciati a tambur battente due decenni fa, convinsero molta gente in cerca di fortuna a sfidare la losca foresta. In poco tempo spuntarono case e centri di ritrovo, seguite da scuole e strade battute. L'area si animò e la gente campava degnamente. "I raccolti erano ottimi, vivevamo sereni". Poi qualcosa è cambiato. "E non parliamo soltanto dei (non meglio specificati ndr) gruppi armati colombiani che arrivano, a ogni ora, saccheggiandoci. Perché la piaga più grande inflittaci da questa guerra non nostra sono le fumigazioni. Dal momento in cui abbiamo sentito per la prima volta il rumore di quel maledetto aereo a elica che lanciava glifosato, per noi è iniziato l'inferno". Spediti da Bogotà nell'ambito del Plan Colombia, con la missione ufficiale di distruggere le coltivazioni di coca nel sud del paese, questi aerei sembra abbiano più volte sconfinato per avvelenare anche le terre ecuadoriane. "Ho i filmati degli aerucoli che ci hanno sorvolato periodicamente - ci raccontava un uomo di mezza età di Puerto Mestiza - ma Bogotà nega e nessuno ci crede. Pensano che il glifosato sia arrivato fin qua trasportato dal vento. Ridicoli".

 

Occhi chiusi. E le macchie sulla pelle di Ana, un'anziana donna di General Farfán, unite alla desolante vegetazione che circonda la sua casupola, e che cozza con la rigogliosa natura tipica dell'Amazzonia, parlano chiaro. "Gli aerei del Plan Colombia fumigano fin qua per stanare i guerriglieri che clandestinamente si nascondono al di qua della frontiera - ci spiegava il capo villaggio - Che non ci raccontino balle. E con la guerriglia arrivano i loro acerrimi nemici, i paracos che non ci lasciano vivere e che spesso si scambiano persino le uniformi con alcuni militari colombiani. Anche loro di casa qui". Minacce, stupri, ruberie, giri loschi e illegalità, ecco cos'è diventato quest'angolo di Ecuador, innaffiato ogni tanto anche dal pesticida anti-coca made in Usa. Eppure, nonostante l'evidente dramma sanitario di questa regione, la missione Oea non si occuperà di fumigazioni. Si tapperà occhi e orecchie davanti ai malori della gente, alla moria degli animali, al cimitero di piante. Si volterà di spalle per non ascoltare i racconti di donne che hanno abortito, di bambini pieni di orticaria, di anziani con crisi respiratorie. "E' in corso un'indagine della Corte penale internazionale. Finché non si pronuncerà non possiamo far nulla": questa la ragione ufficiale. Che per molti sa tanto di scusa, più o meno diplomatica, per evitare di gettare altra benzina sul fuoco del rapporto Ecuador-Colombia, già molto, troppo incandescente. Come di consueto: alla faccia dei poveracci.

 

Stella Spinelli

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