31/12/2003
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Intervista a Ana Esther Ceceña, economista e ricercatrice presso la Unam
Il 17 novembre 1983 un piccolo
gruppo di indigeni e meticci della Selva Lacandona, in Chiapas,
dichiarò formalmente costituito un esercito regolare. Sono passati 20
anni da quella data e 10 da quando, nel gennaio del '94, quello stesso
esercito dichiarò guerra al governo messicano. Venti anni di vita
pubblica e di clandestinità, di resistenza e di proposte.
Ad Ana Esther Ceceña, economista e ricercatrice presso l'istituto di
ricerche economiche della Unam , l'Università Nazionale Autonoma del
Messico, abbiamo chiesto a che punto sta la protesta indigena in
Chiapas. "A 20 anni dalla sua costituzione - spiega - gli obiettivi del
Frente Zapatista de Liberación Nacional (FZLN) rimangono gli stessi:
lottare per la terra, la casa, l'informazione, la cultura , per una
nuova costituzione, per l'indipendenza, la giustizia, la libertà, la
pace. Purtroppo, la legge Cocopa , così come è stata approvata dal
Congresso messicano nel 2001 non ha riconosciuto nessuno di questi
diritti. Presentata con grandi speranze nel 2000, è uscita dal
Parlamento completamente trasformata e svilita. I popoli indigeni non
sono stati riconosciuti come entità di diritto".
Quali sono le conseguenze? Prima fra tutte, quella di non potersi opporre legalmente a progetti neoliberisti come
il Plan Puebla Panamà.
Cosa resta della marcia zapatista del 2001? All'inizio del mandato, il governo di Fox aveva sollevato enormi
speranze perchè metteva fine a 70 anni di potere del PRI (il Partito
Rivoluzionario Istituzionale). In questo clima ebbe luogo la marcia
zapatista del 2001, un avvenimento senza precedenti, che portò in
strada 10 milioni di persone. Dopo la marcia, la politica statale ha
virato a destra. Questo ha fatto sì che il movimento zapatista sia oggi
passato ad una fase di silenzio e che le sue relazioni con la società
civile siano molto meno intense di prima.
Ci sono ragioni per questo cambio di atteggiamento? I vincoli con gli Stati Uniti. Soprattutto a proposito del Plan
Puebla Panamà, che per essere realizzato ha bisogno della disponibilità
di alcuni territori. Per la precisione, delle zone a Sud est del paese:
Yucatan, Campeche, Quintana Roo e Chiapas, dove vivono 24,4 milioni di
persone, appartenenti per lo più a gruppi indigeni.
Un piano del genere ha bisogno di espropriare e riorganizzare le terre,
che per gli indios sono collettive e cariche di simboli, di
tradizioni,di storie. La terra riproduce la loro visione del mondo, è
lo spazio dove si intrecciano le relazioni sociali. Ad essa è
strettamente legata la coscienza della propria utonomia.
Ma non sembra che gli imprenditori nè il governo intendano rinunciarvi. E neanche
gli Stati Uniti.
Gli ultimi dieci anni sono stati emblematici per la forza con cui si è
manifestato il protagonismo di indios, contadini e movimenti urbani in
America Latina: dall'esercito zapatista in Messico, all'esplosione
della questione agraria in Paraguay, alla lotta dei "sin tierra" in
Brasile. Fino ad arrivare, nel 2000 e 2001, alla sommosse in
Ecuador, in Bolivia, in Argentina. Come si inserisce lo Zapatismo, in
questo contesto?
In tutta l'America Latina abbiamo assitito ad una crescita di
partecipazione della società civile. Nelle zone urbane come in quelle
rurali, si sono creati spazi di resistenza e di proposta su temi
specifici (la lotta all'Alca, al Plan Colombia, al transgenico, il
rifiuto delle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale...) che
non sono altro che i mille volti della stessa logica mercantilistica,
causa di esclusione, povertà, conflitti sociali.
In questo senso lo Zapatismo è parte della stessa protesta.
Ma la rivolta indigena in Chiapas, ha anche suggerito la strada ad
altri movimenti. Uno dei principi degli Zapatisti è di rendere note le
proposte, di dire onestamente fin dove si può arrivare, invitando poi
gli altri a fare la propria parte.
Oggi lo Zapatismo ha meno contatti rispetto al passato con la società
civile, ma molti con le comunità indigene. Anche di altri Paesi. E
in America Latina, la radice indigena è spesso il punto di partenza
della protesta, il più profondo. Perchè offre un punto di vista
diverso sulle cose. Ma non solo: ha
ovunque comportamenti, valori, relazioni simili. E
metodi di organizzazione molto forti".
Paola Erba