Al grido di "Tierra y Libertad" gli indios dicevano basta a quattro secoli di sfruttamento
Uno vede gente armata che occupa una città, che dichiara una guerra impossibile
e si chiede: “Perché?”.
La domanda, magari, sembra pellegrina, eppure…..
Eppure, esattamente dieci anni fa, il 1 gennaio del 1994 era l’unica
domanda possibile, vedendo decine di persone basse, magre, con enormi
fucili tra le mani, occupare con metodicità e rigore San Cristobal de
Las Casas nel cuore della notte.
Ero là, a guardarli. Un po’ sbronzo per la festa di capodanno, ma
c’ero. Ed ero il giorno dopo a girare per San Cristobal, facendo
domande, cercando di capire. Qualche risposta la ebbi dal sub
comandante Marcos, ancora uomo, non mito.
La spiegazione che cercavo, però, me la diede una miliziana
dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Aveva una lunga
treccia che spuntava dal passamontagna nero e mangiava del pane, seduta
sotto i portici in piazza. “Meglio morire per un colpo di fucile, che
di fame”, mi disse. Elementare, ma fu come una fucilata diritta al
cuore.
Dieci anni dopo, in Chiapas la fame uccide ancora, così come ammazzano
la diarrea, il tifo e la banale assenza di strutture sanitarie. Il
Chiapas è ancora lo stato più povero della Repubblica Federale del
Messico. S' arriva laggiù, si guardano le città e i paesi, si ascoltano
le voci del mercato e viene da chiedersi quale sia davvero la traccia
lasciata dalla rivoluzione zapatista. L’impressione è che la risposta
vada spezzata, frantumata. Da un lato c’è il riflesso internazionale
che ha avuto. Qualcuno – specialmente in questi giorni di celebrazione
– vede in questo la parte migliore dello zapatismo. La sollevazione
della Selva Lacandona – per rifarsi al primo proclama di quel gennaio
del ’94 – ha rivitalizzato in tutto il mondo una protesta che sembrava
sopita, ha riacceso le speranze di chi si oppone al mercato selvaggio,
di chi vuole il rispetto dei diritti civili, degli uomini. Ha ragione,
probabilmente, chi dice che senza lo zapatismo non sarebbe nato il
movimento “no-global” e ogni opposizione sarebbe stata domata.
All’interno, invece, tutto è più complesso. Gli Accordi di San Andres ,
firmati il 16 febbraio del 1996, dovevano essere il grimaldello per
vincere la lotta iniziata dagli indios chiapanechi. Dovevano sancire,
finalmente, il “riconoscimento alla libera determinazione dei popoli
indigeni”, modificando la Costituzione del Messico. Quattro secoli di
sfruttamento sistematico, di negazione al diritto di vivere, di perdita
di identità e “faccia” sembravano terminati. Non è stato così.
In quasi otto anni ci sono stati il massacro di Acteal (1997), la
sconfitta del Partito Rivoluzionario Istituzionale alle elezioni
presidenziali dopo 80 anni (2000), la marcia pacifica su Città del
Messico (2001) e la nascita dei Caracoles, quest’anno, cioè dei
municipi autonomi zapatisti. Nulla, però, è davvero cambiato.
Gli Accordi sono finiti nel dimenticatoio. L’Ezln ha rinunciato alle
armi, ma non a lottare, disperatamente. Nella Selva o nell’Alto del
Chiapas, lo zapatismo seguita la battaglia più difficile: dare dignità
ad un popolo che era perduto. Continua a rendere vive migliaia di
persone che erano scomparse dalla geografia e dalla storia.
E’ questa la vittoria della rivoluzione iniziata dieci anni fa.
E nessuno potrà più tornare indietro.